di Simone D’Aurelio

Seppur in modo latente, la tradizione cattolica è ostracizzata sotto tutti i punti di vista: essa rappresenta infatti il vero anatema del mondo postmoderno, che lo rigetta sotto ogni aspetto, e se i miei postulati possono sembrare vaneggiamenti la realtà dei fatti depone a mio favore.

Tralasciando i collegamenti che ci sono tra cultura, sociologia, tecnica e scuola, dove la società radical da il meglio di sé, dobbiamo dire che il cristianesimo è una spina nel fianco del sistema, perché le sue fondamenta, i suoi orientamenti e i suoi fini sono in totale antitesi con l’ordine dominante. Rispetto alle altre religioni il problema è dettato da una religione che è capace di rivelarsi alla storia e nella storia, creando un dialogo tra sacro e profano, tra potere e autorità, tra scienza e conoscenza.

Se molte religioni si presentano come qualcosa di pre-storico, o di a-storico, che non vive le questioni umane in modo diretto, il cristianesimo risulta pericolosissimo per il mondo radicale perché pretende di avere un posto nella storia, nel presente, nel passato e nel futuro dell’uomo e della società, dove Dio in persona tocca le vicende umane e pone un’interazione continua tra il regno celeste e quello terreno. Vi è un’incompatibilità inoltre perché il mondo di oggi ci propone delle nuove religioni: dallo scientismo al materialismo, dal marxismo al tecnicismo, tutto viene riletto sotto una luce che promette un futuro radioso e di ordine prometeico che sarà in grado di esaurire, comprimere, e controllare il reale facendo da contro-altare al cristianesimo, con una finta promessa di ultima redenzione nascosta sotto il termine di rivoluzione.

L’uomo, inoltre, deve convivere con la nozione di verità, ma anche con quella più nascosta del mito, che toccando il mondo religioso, culturale e filosofico, è in grado di creare una società proiettata verso dei valori trascendenti, che sono generati a sua volta da dei significati che danno un senso ultimo alle cose e aprono la strada verso la vita. Il mito con la sua forza dirompente, insieme al religioso, si oppone. Alla fine parliamo qui di un vivere che è in grado di superare la morte, rilegando a se ogni aspetto che ci circonda, compreso il più tragico. Tutto questo riesce a fondare una società che è proiettata verso il futuro, e la cui sopravvivenza è garantita proprio dal suo sguardo rivolto oltre l’immanenza, ma proprio per questo, il postmoderno non può tollerarla. La società di oggi vive nel consumismo, nell’hic et nunc, deve scimmiotare il mito e provare a darsi delle presunte prospettive di eternità, ma crea eterni desideri e non uomini (e società) adatti a toccare l’infinito. Lo slogan neoliberale si basa sull’estremo opposto ovvero che con la morte tutto finisce.

Il cristianesimo è la religione che si basa sul perpetuo, sul superamento del limite, del dolore, e del male subordinando tutto questo a sé mentre il mondo di oggi promette di lenire i nostri mali con il denaro, la popolarità, e la reputazione. Troviamo quindi uno scontro tra il regno della quantità e quello della qualità. I ritmi della vita, i legami nel mondo religioso e in particolare nel cristianesimo sono scanditi dall’analogia con natura e con il divino, creando esseri-in-relazione, dove l’attore principale è il dono, la gratuità e l’indisponibile. Nel mondo contemporaneo invece l’unico dialogo che vediamo è con la tecnica, con le linee di produzione, con i cicli di una esistenza veloce che deve essere
racchiusa con la formula: tempo = denaro; ricalcando quest’ottica utilitaristica anche in tutti i campi della vita, e subordinando le relazioni al principio di domanda – offerta, escludendo quindi chi non è in grado di produrre degli utili.

Per il cattolico la società, l’umanità e le azioni si capiscono fissando Cristo, mentre per il postmodernista tutto viene creato in base al contesto e alle scelte personali, soggettive, dove l’umanità e l’etica (o per essere precisi il loro vago moralismo) diventano un prodotto che “si fa” in laboratorio. Il cerchio si chiude di fronte agli universali e di fronte alla filosofia, per i presunti illuminati dalla postmodernità, effettivamente la verità non esiste ma si crea, essa è un prodotto umano come la tecnica, e nei fatti non esiste (perché non trascende nulla nella realtà dei fatti), mentre la libertà
consiste in una liberalizzazione collettiva dove tutti devono essere tutto e fare tutto (creando una serie di uomini-atomo intercambiabili), pensando che la felicità risiede in una sorta di consumo coatto di ogni desiderio del nostro io e per questo è necessario creare degli eterni adolescenti, mai responsabili, in una filosofia dell’io e del capriccio. Dall’altra parte abbiamo una serie di uomini che pensano che la verità si contempla, che la tocchiamo ma non la possediamo, essa non è a nostra disposzione, con una società che percepisce che i desideri sono subordinati ad una legge superiore,
e che pensa alla libertà in termini qualitativi.

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