di Mattia Taricco

C’è una frase che definisce nella maniera più corretta possibile il popolo italiano, ed è scolpita sul Palazzo della Civiltà all’EUR di Roma: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Ma non solo: la nostra nazione è da sempre anche terra di inventori, ingegneri, tecnici e di imprenditoria rivoluzionaria. Il saper fare italiano è sempre stato invidiato nel resto del mondo e, in molti casi, siamo stati proprio noi ad insegnare agli altri popoli i segreti dietro le varie arti e le varie tecniche. Sforzi industriali eccezionali, urbanistica e vena artistica che diventano facce della stessa medaglia, capolavori di inventiva e di lavoro. Poi che è successo? Dopo la seconda guerra mondiale ha iniziato a prendere piede un tipo diverso di pensiero, molto più individualista, molto più materialista e non più proteso verso il successo, ma verso la vita comoda e le pantofole. Ne risulta che la mentalità italiana ad oggi è completamente cambiata e da che prima erano le doti migliori degli individui a contare, si arriva all’esatto opposto, per esprimerla con un concetto: la mancanza di meritocrazia.

Un problema profondo che affonda le radici nelle pratiche del lecchinaggio e della raccomandazione, ereditieri del mondo della burocrazia a ogni costo e fine a se stessa, dello scambio di favori e della mancanza di volontà da parte della dirigenza di crescere e innovare, preferendo non avere grattacapi e coltivare il proprio orticello privato; tutti figli della peggior Democrazia Cristiana. Il “modello Fantozzi” è ancora tremendamente in uso in moltissime importanti realtà italiane, forse è peggiorato. Il lecchinaggio, definito come il comportamento di adulare o cercare di guadagnarsi la benevolenza dei superiori, si è radicato come una prassi quasi obbligatoria, mentre in passato e ancora oggi nella cultura popolare questa pratica viene punita e giustamente riconosciuta come infamia. Questa tendenza, anziché premiare il merito e la competenza, crea un ambiente lavorativo basato su relazioni personali anziché sulle abilità professionali.

Ammazza il saper fare, ammazza le doti dell’individuo e alla fine nel mondo del lavoro uccide l’azienda stessa.
La raccomandazione, altrettanto dannosa, si verifica quando le opportunità professionali sono distribuite non in base alle competenze, ma attraverso connessioni personali. Tale pratica può minare la fiducia dei dipendenti e sminuire il valore del lavoro svolto. Entrambi questi fenomeni hanno radici profonde nella storia politica italiana dal dopoguerra, portate avanti e radicate nell’ era della Democrazia Cristiana. Questo periodo politico ha favorito la creazione di reti clientelari e relazioni personali che si sono infiltrate dal mondo politico fino ad arrivare a quello del lavoro, compromettendo il principio fondamentale insito dietro a ogni vero progresso.

Un esempio eclatante che accade ancora oggi è rappresentato dalla regione Toscana, dove alcuni testimoni dichiarano che chi non ha rapporti, o addirittura non è tesserato nel Partito Democratico, viene penalizzato sul lavoro.
È cruciale riconoscere che le aziende sane e meritocratiche sono il vero motore del progresso. Esse pongono al centro la competenza e l’impegno, garantendo che le opportunità siano offerte a coloro che le meritano veramente. In contrasto, le organizzazioni basate su “lecchinaggio” e raccomandazione decadranno, minando la motivazione dei dipendenti e compromettendo la qualità del lavoro. Non possono avere futuro.

In conclusione, è imperativo un cambio di mentalità e un ritorno alla mentalità del passato. Nel mondo del lavoro serve un appello alle organizzazioni ancora sane e meritocratiche affinché diventino fari guida per una trasformazione positiva. Solo promuovendo la meritocrazia e respingendo le pratiche sopracitate si potrà garantire una ripartenza del mondo del lavoro, che diventerà equo e stimolante per tutti, alimentando la crescita delle imprese e della società nel suo complesso.

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