di Massimo De Mori

Domenica scorsa all’ingresso di un cinema multisala a Baden Baden (Germania) garrivano al vento le bandiere dell’Unione Europea e di Israele. Assieme. Ho chiesto quindi a mio figlio di 11 anni se pensasse corretto far sventolare una bandiera che rappresenta uno stato che ha sulla coscienza quasi 30mila morti civili dal 7 ottobre scorso ad oggi, di cui circa la metà bambini. Ha detto di no. Un bambino.

Ma c’è poco da fare: l’Europa odierna è sempre e solo dalla parte sbagliata. Almeno quella istituzionale. Favorevole a uno stato genocida (Israele) che occupa territori che non gli appartengono da oltre 70 anni. Favorevole ad uno stato che perseguita almeno fin dal 2014 una parte della sua popolazione su basi etniche (l’Ucraina). Favorevole al trattamento sanitario obbligatorio con farmaci sperimentali e (ormai lo si può dire) dannosi, come accaduto con i cosiddetti “vaccini” Covid-19. Favorevole all’esproprio delle terre dei contadini con la scusa della CO2, per rendere il cibo più scarso e quindi costoso ed imporre abitudini alimentari calate dall’alto con impatto sicuramente negativo sulla salute e “positivo” sui conti delle solite multinazionali. Favorevole alla geoingegneria, tramite la quale provocare quei cambiamenti climatici (e probabilmente anche di peggio) di cui cianciano a Davos, per poi fornire le loro soluzioni liberticide, con limitazioni sempre maggiori al movimento e al possesso di mezzi di trasporto privati. Favorevole all’immigrazione massiva che rapidamente uccide l’identità secolare degli europei, trasformano i popoli in popolazioni.
Contraria agli interessi e ai diritti elementari dei propri cittadini, visti come pericolosi idioti da controllare in ogni modo possibile attraverso impoverimento e credito sociale.

I cittadini, i popoli si diceva. Cosa fanno intanto i popoli europei nella grande maggioranza dei casi? Dormono immersi in un mondo virtuale, quello raccontato dai media di regime, storditi da mezzi di distrazione di massa. C’è poi quella parte che si autodefinisce risvegliata, che però oggi passa più tempo alla tastiera che nelle strade. Ovvero si riunisce in recinti preconfezionati dal sistema stesso, ben sorvegliata dai kapò del caso o gatekeepers che dir si voglia. Quale attesa di rivolta da pance troppo grasse per permettersi di scavalcare le barricate? Quale prospettiva di lotta da teste immerse nei dispositivi elettronici e preoccupate solo dell’esito della VAR o delle sorti dei Ferragnez?

L’unica speranza risiede, come sempre, nella piccola ma motivata schiera delle avanguardie nazionali, quelle che sanno e vogliono trasformare la consapevolezza in azione, e nella capacità di queste di attrarre sempre più persone per formare la massa critica in grado di dare strappare il velo ipocrita che copre il marcio del sistema. Un sistema in grado di reggersi oggi ancora in piedi solo per il semplice motivo che riesce ancora a nascondere, anche se piano piano sempre più malamente, la propria putrefazione.

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