di Ruggiero Capone

Il ministro Guido Crosetto ha affermato in aula sul dossieraggio “nessun risvolto sulla sicurezza nazionale”: circostanza in cui venivano profferite le parole, vedeva il beninformato ministro della Difesa (Crosetto appunto) rispondere all’interrogazione di un partito di “beninformati”, qual è Italia Viva, circa l’inchiesta di Perugia su presumibili fughe d’informazioni su vita e condotta personale di cittadini importanti e “grandi elettori”.

Corre obbligo rammentare a tutti (Crosetto e vertici di Italia Viva sanno bene di cosa si parla) che circa l’80 per cento dei cittadini italiani è da sempre oggetto della raccolta di “sommarie informazioni” da parte di Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Polizie locali (ex vigili urbani) e tutta una congerie di corpi e guardie varie. Dati che fino ad una quarantina d’anni fa venivano conservati su supporto cartaceo, poi pian pianino sono finiti nei computer e negli ultimi anni anche in banche dati condivise interforze.

Ma per alleggerire il racconto veniamo ad un esempio calzante. Eravamo a metà degli anni Settanta circa, chi vi scrive era un ragazzino che frequentava gente della più variegata estrazione sociale, tra questi il figlio di un maresciallo dei carabinieri che non faceva altro che vantare l’operato del padre e della Benemerita: motivo che spingeva un po’ tutti a non aprirsi molto, a raccontare poco al figlio della guardia. Una domenica mattina incontravo il figlio del maresciallo nei pressi della parrocchia, questi mi chiedeva se volevo andare con lui a fare un giro in un paesetto a pochi chilometri da Bari. La cosa m’incuriosiva, quindi accettavo l’invito: raggiungevamo Grumo Appula a bordo della Fiat 850 Special del maresciallo. Io sedevo dietro, osservavo il carabiniere che parlottava col figlio entusiasta. Quindi domandavo “ma allora la gita a Grumo è per lavoro?”. Il figlio rispondeva serioso invece del padre “cose riservate d’ufficio”. Raggiunta la ridente meta immersa in una foresta d’olivi, il maresciallo fermava la propria vettura sotto la locale stazione dei carabinieri, quindi ci lasciava soli in macchina. La curiosità era incontenibile: “Ma allora mi puoi dire cosa è venuto a fare tuo padre a Grumo? Nemmeno la domenica si gode un po’ la vita?”. E il piccolo carabiniere “mio padre è sempre in servizio; ha avuto un incarico da Roma… cose riservate”. Il maresciallo sortiva dalla caserma dopo circa mezzora e con un fascicolo sotto il braccio, quindi senza profferire parola, dirigeva la vettura verso una casa in pietra nel pieno centro di Grumo. Sul frontespizio della cartellina s’intravvedeva il nome d’una donna e poi tra parentesi “Ved.” e un cognome. Il maresciallo bussava all’uscio della casetta di paese circondata da pietra bianchissima.

Nel contempo volti curiosi facevano capolino dalle case circostanti. S’udiva qualche vocetta femminile: “È successo qualcosa a Maria?”, “Chi siete?”. Poi, compresa l’autorevolezza della visita, i paesani si ritiravano lentamente come chiocciole nel guscio. La donna, probabile oggetto d’indagine, s’affacciava timida. Quindi faceva accomodare il maresciallo. Dopo tre quarti d’ora il sottufficiale sortiva salutando gentilmente l’anziana donna. Prima che rientrasse in auto domandavo al figliolo “ma tuo padre così vecchie si fa le amanti?”. Quello di rimando si faceva scappare la verità: “Ma non ti permettere…quella è una vecchia matta, ha scritto due volte lettere al Papa”.

Così a soli undici anni lo scrivente aveva capito il senso delle tantissime “informazioni sommarie” collezionate dalle forze di polizia per i più svariati motivi. In pratica l’anziana donna ormai sola aveva scritto, come tantissima gente del resto, una missiva al Pontefice: quelle lettere che tanti fedeli usano scrivere nei momenti difficili, e le indirizzano al Santo Padre proprio quando dalla loro comunità non hanno alcuna risposta. Un fenomeno sempre meno frequente, ma c’è da supporre che fino a qualche decennio fa impegnasse il tempo delle forze di polizia al pari di volantini di anarchici e riunioni politiche.

Così in tenera età compresi che i servitori dello Stato collezionano informazioni in maniera acritica. Un po’ come la storia del Capitano Gerd Wiesler ne “Le vite degli altri”, che racconta la Ddr (Repubblica Democratica Tedesca) che usava la Stasi per controllare ogni attività dei propri concittadini, in modo da poter impedire moti contro il governo ma anche conoscere ogni aspetto, anche il più intimo, delle tante esistenze. Informazioni inutili. Ma la gente si domanda “qualora un cittadino finisca a processo, possono di fatto orientare i magistrati?”. “Sì e no”, commenta un avvocato. Certo informazioni su simpatie politiche, religiose e culturali possono non poco orientare le decisioni che certi magistrati devono prendere su politici o personaggi pubblici. Informazioni anche banali che, probabilmente, a qualche inquirente risulta comodo passare alle mute di cani che vivono di cronaca giudiziaria. Ma parliamo di fuffa, di evidente assenza di notizia criminis.

“Non penso ci siano dietro queste vicende aspetti che riguardino la sicurezza nazionale sotto il profilo militare e della difesa”, ha affermato Guido Crosetto (ministro della Difesa) aggiungendo: “Quando gli accessi non sono uno ma migliaia, e servono a formare dossier e questi dossier non servono ad alcuna attività di indagine ma vengono forniti a persone per non so quale utilizzo, allora secondo me è il Parlamento, massimo luogo di compimento della democrazia, che deve interrogarsi: sulle regole in atto, sulle persone che possono abusare di queste cose, sugli interessi che possono esserci dietro e che vanno a incidere sulla vita democratica e politica del Paese, indipendentemente dalle parti”.

Ma, se negli anni Settanta c’era il farraginoso raccogliere informazioni da parte di marescialli, brigadieri e appuntati su gente che scriveva al Papa o parlottava di politica nei bar di paese, oggi siamo arrivati all’indagine continua su ogni cittadino, alla profilazione di ogni gesto e abitudine. L’indagine di Perugia ha fatto emergere che gli archivi informatici sono tantissimi e c’è gente pagata per spiare le vite degli altri, anche e soprattutto in assenza di reati.

Emerge che chiunque ha precedenti di polizia (quindi non condanne), è bastevole partecipare a più manifestazioni, o scrivere contro il sistema od opporsi robustamente ad una ingiusta cartella esattoriale. E basta al marescialletto di oggi incrociare un cognome, un codice fiscale, un indirizzo, una partita Iva, il possesso di un veicolo, per poi costruire sospetti e “precedenti di polizia” su ognuno di noi.

Così oggi c’è il sistema informatico “Serpico” acronimo di Servizi per i contribuenti per sapere quanto e quando uno usa carta di credito o bancomat, quindi ci sono SivaJesus e Rege per incrociare gli eventuali acquisti che il cittadino fa tramite WhatsApp o Wetransfer. A gestire tutto ci sono gli oscuri impiegati della Sogei che, con 18mila server e 71 terabyte di memoria, possono incrociare ogni minuto della nostra vita e trasformarci in imputati per reati finanziari. È sufficiente aver ereditato qualcosa, possedere qualcosa in più o aver risparmiato, per finire subito sotto osservazione. Ora resta da capire perché sono stati messi sul banco degli imputati solo un tenente della Guardia di finanza ed il magistrato Antonio Laudati, quando quotidianamente migliaia di pubblici funzionari consultano diverse banche dati ed incrociano informazioni.

Il finanziare Pasquale Striano è accusato di aver abusato del suo ruolo di ufficiale di polizia giudiziaria solo per aver consultato la banca dati dell’Aci, solo perché ha inviato a una persona delle informazioni riguardanti una vettura. Vale la pena ricordare che le visure Aci su auto e moto sono possibili presso qualsivoglia delegazione Aci, soprattutto presso qualsiasi agenzia di assicurazioni che può stilare un contratto Rca-auto è possibile avere notizie sulla proprietà di un veicolo immatricolato.

“In questo momento ‒ ha chiosato Crosetto nel suo intervento in Parlamento ‒ le persone che amministrano la giustizia, la polizia giudiziaria, quanti hanno accesso alle banche dati, tutti noi veniamo coinvolti da una delegittimazione complessiva in cui sembra che lo scontro di potere autorizzi chiunque a fare qualunque cosa. Va ripristinata la credibilità delle istituzioni nel suo complesso e ciò non può che passare dal Parlamento”.

Parole sacrosante, e si spera abbiano presto applicazione. Perché, quando si sente dire in tivù che “l’evasione fiscale si combatte anche abbattendo la ricchezza pro-capite”, sorge il dubbio che più di un soggetto lavori al “tanto meglio tanto peggio”. Allora con gran rammarico si deve riconoscere che si stava meglio quando c’era chi a penna prendeva “sommarie informazioni” su anziane sole che scrivevano a Papa Paolo IV.

Fonte: (L’Opinione)

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