di Vito Comencini

Alexander Fedorov amava certamente la sua famiglia, sua moglie e i suoi due bambini piccoli, ma amava anche la sua meravigliosa città San Pietroburgo, con i numerosi musei, i teatri, i grandi parchi e le chiese. Chiese dai colori sgargianti, adornate di numerose icone, crocifissi e candele dorate, come quelle che sabato scorso avevano accese in mano i molti parenti, amici, colleghi e alunni che con gli occhi pieni di lacrime sono venuti a portargli l’estremo saluto.

Fedorov insegnava al Dipartimento di Disegno dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, dove teneva corsi di scultura ed era membro del Comitato di Ammissione dell’istituto, una delle accademie più prestigiose, tradizionali e ambite di tutto il mondo. Non a caso, alle esequie che si sono tenute nella Chiesa Ortodossa della Dormizione della Madre di Dio, da lui stesso in parte restaurata, c’erano studenti provenienti da tutta l’Eurasia, ma anche dall’America Latina e da altri continenti: la dimostrazione di una Federazione Russa aperta ed accogliente. Certo sugli occhi degli alunni presenti, si leggeva oltre alla tristezza per la perdita di una grande maestro ed artista, anche una forte scossa nella loro coscienza e consapevolezza della tragedia della guerra. Non più come qualcosa che si sente semplicemente nei telegiornali o nei film, ma nella realtà dura e cruda di tutti i giorni, nella verità della prova che la Russia, ma soprattutto il suo popolo russo, sta affrontando.

Alexander aveva una grande carriera: faceva certamente il lavoro che gli piaceva, ma ha scelto di farsi volontario e di andare a combattere, come tiratore, nel distaccamento Nevsky, per la sua patria e la sua fede. Era un uomo di grande fede Fedorov, come lo dimostrano anche le sue parole nell’intervista rilasciata solo il giorno prima di cadere sul fronte il 9 marzo: “qui si può pregare”. Un importante supporto e consolazione, evidentemente, per il guerriero la preghiera, mentre si trovava in trincea a soli 400 metri dal nemico. Frasi di grande umanità e semplicità quelle del soldato pietrino, che sempre nell’ultima intervista parlava del suo compito di “sorveglianza, indossando abiti e dedicando molto tempo alla vita di tutti i giorni”, perché “altrimenti ti ammali di freddo”. Ma nei suoi pensieri c’era naturalmente e soprattutto la sua famiglia: “per me personalmente, la cosa principale non è quello che sento qui, ma è che la mia famiglia stia bene” e quindi in particolar modo al fatto che “ho due bambini piccoli, in modo che vada tutto bene per loro, che siano provvisti”.

Parole che fanno venire il nodo alla gola e fanno capire il grande coraggio ed amore che guidava quell’uomo, la sua anima ed il suo destino. La Provvidenza l’ha voluto guerriero, seguendo l’esempio dei suoi due fratelli anch’essi al fronte e già feriti. Uno dei due in divisa al funerale, con grande tenerezza, stava accanto alla madre che, con grande compostezza, si avvicinava alla bara per l’ultimo saluto. Sul fronte Alexander era stato soprannominato, dai suoi fratelli d’armi, “Zodchy” in onore, rispetto e apprezzamento della sua indole artistica, di pittore-disegnatore, che l’ha portato a realizzare le sue opere fino all’ultimo, anche in trincea, quando riusciva continuava infatti a disegnare su scatole, confezioni di cibo, raffigurando i suoi colleghi e la gente del Donbass.

Mentre in occidente la così detta “cancel culture”, armeggiata dalla politica perversa e ultraliberale, cerca di distruggere ogni fondamento valoriale, artistico ed appunto culturale, ecco che in Russia invece l’amore per l’arte, per le radici cristiane e per le tradizioni, portano anche un grande artista e maestro a lottare per ciò che è buono e giusto, ad ogni costo. Grazie a “Zodchy” ed a tutti i guerrieri russofoni, che ogni giorno affrontano con immenso coraggio il menzognero nemico, per amore di verità, libertà e civiltà.

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