di Simone D’Aurelio
La Pasqua è arrivata e le nostre domande sulla morte si fanno sempre più intense, ed è naturale che ogni persona cerchi una risposta durante la sua esistenza a questo grande interrogativo. Il cristianesimo ci parla in continuazione di questo aspetto in continuità con l’Antico Testamento e i discepoli di Cristo ci dicono in particolare che c’è una certezza salda e forte di fronte a questo forte dramma.
Per capire meglio ciò che è nascosto tra le righe, dobbiamo vedere ciò che implicano i Vangeli (chiaramente collegati tra loro), e guardare attentamente le azioni che sono compiute. Se pensiamo alla morte dobbiamo soffermarci sulla figura del Rabbì, e su ciò che ci viene detto; il figlio di Dio opera infatti tre diverse resurrezioni: la prima è sulla giovanissima figlia di Giairo, che è una “fanciulla-bambina”, quindi in tenera età (1), la seconda è operata su un “giovane”, un’adolescente (2), il figlio della vedova di Nain, la terza persona che viene richiamata dal regno di morti invece è
Lazzaro, un uomo ormai già adulto, ed è evidente dato che è il fratello di Maria e Marta (3), e loro si occupano di seguire Gesù, di accoglierlo, di amministrare i beni nella loro casa e di tutto il resto, eseguendo tutto ciò che viene fatto in età adulta.
Questi tre diversi miracoli sono pieni di significato dato che coprono l’intero arco dell’esistenza umana, ovvero l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, e in ogni fase della vita Cristo ci dimostra che è in grado di contrastare la morte, tanto che poi alla fine Egli stesso resuscita dai morti. Quello che viene narrato dai discepoli del Maestro è che Cristo ha sconfitto la morte, e che non esiste un’età o una persona che non può essere toccata da Lui per accedere nuovamente alla vita: infatti parliamo anche di personaggi che appartengono a ceti sociali e situazioni estremamente differenti. Ancora più interessante è Paolo, che nella sua epistola ci parla in modo chiaro: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Corinzi 15). Effettivamente se la morte ha l’ultima parola su Dio in persona, allora è tutto inutile, per gli uomini ogni azione sotto il cielo perde di senso e di prospettiva, non c’è possibilità di sperare, di vivere, di essere e di divenire se la fine della vita vince su tutto.
Il mondo cattolico è proprio questo, esso è al di là del “dio ignoto” che non riuscivano a comprendere gli ellenici perchè Cristo vive la natura umana legandola con sé al di là della morte. Proprio questo consente di dare un’orizzonte alla storia e al nostro vivere: il rapporto con la morte decide per certi versi anche il rapporto con la vita e non ci scandalizza vedere che chi dà un significato alla morte come fonte di “passaggio” vive la vita dominandola. Chi vive la morte come la
fine di tutto diventa una vittima di ogni cosa nel regno dei vivi: dal consumismo alle speranze che finiscono nell’immanenza, dal materialismo più disperato al disagio della mancanza di significato che incombe con l’arrivo della “fine”.
L’uomo è fatto per essere, la società per rinnovarsi, i valori per tramandarsi, tutto ciò può esserci solo se la morte di questo mondo rappresenta un confine con un altro regno, se non è così è impossibile avere una successione, una trasmissione e una possibilità di vivere concretamente. E’ interessante in tutto ciò che le azioni di Cristo e la sua predicazione sono tutte orientate a guardare il profano in vista del suo arrivo con il sacro, per Lui la morte porta a una ricompensa o a una punizione (4), è un passaggio e non una fine, nell’ottica cattolica. Quello che ci colpisce in maniera forte è anche il collegamento tra Cristo e l’Antico Testamento: gli ebrei dopo essere riusciti a fuggire dal forte dominio del faraone si ritrovano nel deserto e vengono morsi dai serpenti, e sono oppressi dalla morte e quindi dalla disperazione. Dio interviene (5) ed erige un palo con un serpente di rame e chiunque lo fissa resta in vita anche dopo essere stato preso dai morsi avvelenati; è chiaro il riferimento alla morte di Cristo che si fa Salvatore per la vita dei peccatori.
Eppure non c’è solo questo; il sacrificio chiesto ad Abramo prefigura già in anticipo ciò che spetterà al figlio di Dio, e mentre Isacco viene risparmiato (6) Cristo prende su di sé la morte e diventa sacrificio vivente. Nel sonno di Adamo il suo costato viene preso per fondare Eva e dare una continuità biologica all’umanità così di fronte alla morte Cristo viene trafitto al costato e si fonda la Chiesa che garantisce la sopravvivenza spirituale agli uomini con i suoi sacramenti. Ancora di più Giona, per tre giorni rimane nel ventre della Balena così Cristo rimane per tre giorni all’interno del cuore della morte. Tutto ciò che viene espiato tramite la morte degli animali del popolo ebraico viene completato tramite il sacrificio finale di Cristo, il velo del tempio si squarcia, dando vita a una nuova alleanza, già annunciata ampiamente dai profeti dell’antico testamento e dai santi che prefiguravano il figlio di Dio come Colui che toccherà la morte, la vivrà e poi la vincerà.
(1) “Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano
con lui, ed entrò dove era la bambina” (Marco 5, 40)
(2) “E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: <<Giovinetto, dico a te,
alzati!>>” (Luca 7,14)
(3) “ Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se
tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto>> (Giovanni 11,32)
(4) Ad esempio si pensi alle beatitudini nel discorso della montagna e al discorso della pianura, o
alle parabole quella del ricco epulone, o del servo spietato
(5) “Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato
morso, lo guarderà resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta;
quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.”
(Numeri 21, 8-9)
(6) Genesi 22
Quasi sicuramente , Giona non fu inghiottito da alcuna balena , o per meglio dire, i testi sacri non riportano esplicitamente il nome di questo mammifero.
Il testo ebraico di Giona 2 , 1 riferisce : “dag gadòl” ( i due termini sono , ovviamente , translitterati nel nostro alfabeto) che , tradotto nel nostro idioma , dovrebbe essere : grosso pesce . Nella “Septuaginta” (versione greca della Bibbia) è riportato : “ketos megalon” (anche qui i due termini sono stati translitterati) , ove “ketos” è da tradursi come mostro marino , oppure , come pesce di grandi dimensioni e corrisponde al latino “cetus” , con lo stesso significato , “megalon” , logicamente , va tradotto come grande . Nella “Vulgata” (traduzione latina della Bibbia) di San Girolamo , di fine IV secolo, i due termini sono tradotti con “piscem grandem” . San Girolamo conosceva le lingue antiche del suo tempo , parlate in quei Paesi ( visse gli ultimi anni della sua vita in Palestina , ove morì a Betlemme il 30 settembre del 420 ) , infatti non usa , come si può notare , né “cetus” e né “balaena” , che , in quest’ultimo caso , sarebbe dovuto essere il corrispondente del greco “falaina” (termine translitterato), ma “piscem”. Dunque, l’esatta traduzione dovrebbe essere: grosso pesce , mostro marino, creatura marina , oppure , più semplicemente pesce e , certamente , non balena , anche se i termini “ketos” e “cetus” hanno dato origine alla parola italiana cetaceo , ossia quell’ordine dei mammiferi aquatici a cui appartengono : narvali , beluga , focene , orche , delfini e , logicamente , anche le balene .
L’errore , sembra , lo si debba a William Tyndale (1494-1536) che , nella sua Bibbia (Bibbia da lui commentata , tradotta e pubblicata nel 1534 e, nota come Bibbia Tyndale) tradusse Matteo , 12 , 40 : “in ventre ceti” , ossia , nel ventre del grosso pesce , oppure , del mostro marino , oppure , nel ventre del pesce , con “inside the whale’s belly” , cioè , dentro il ventre della balena . Traduzione accettata poi anche in seguito da altri , gravitanti nel mondo cristiano anglosassone , come ad esempio, nella cosiddetta Bibbia di re Giacomo del 1611 . Le edizioni moderne cattoliche traducono però , giustamente, con “nel ventre del grosso pesce” oppure semplicemente “nel ventre di un pesce” .
Questo errore , ormai lessicalizzato , per istinto e/o per consuetudine , richiama alla memoria quello fatto , da molti che , nel citare Pinocchio , riferiscono , a torto , che fu ingoiato da una balena . In verità nel capitolo XXXIV , dell’edizione originale del 1881 – 1883 ( ma , anche in quelle successive , fedelmente curate) è chiaramente scritto che , la creatura di Carlo Lorenzini , alias Carlo Collodi , fu inghiottita da un (cito testualmente) “Pesce-cane” e , non certamente , da una balena .
Da decenni la teologia progressista propone una visione intimistica, quasi sentimentale della Resurrezione: sottolinea che il sepolcro vuoto non significa ipso facto che Gesù sia realmente risorto; afferma che il vero miracolo della resurrezione è quello che si attua nel cuore dei credenti in Cristo; una resurrezione ideale, quindi, che scavalca il dato storico non negandolo apertamente, ma considerandolo secondario, quasi superfluo.
Occorre invece ribadire che la Resurrezione di nostro Signore è un fatto reale, storicamente accaduto, che costituisce un aspetto essenziale del cristianesimo e, come ci ricorda San Paolo nel passo summenzionato, senza di esso anche la nostra fede è vana.
due piccoli appunti: se non ricordo male il senso del pesce è metaforico.uno dei simboli di ur era il pesce in quanto sulla foce del fiume,al tempo .vale anche x altre città sul tigri ed eufrate.
Gesù è risorto il terzo giorno.non dopo tre giorni. all’alba del lunedì era già risorto dopo essere stato posto nel sepolcro il venerdì sera prima del tramonto.
i giorni, al tempo in Israele,si calcolavano da tramonto a tramonto.