di Simone D’Aurelio

Oggi molte persone sembrano soffrire di una profonda crisi d’identità. Se guardiamo ai testi del “secolo breve” (come il Novecento), coprendiamo che questo problema è con noi da decenni e non è stato risolto. Libri come “Uno nessuno e centomila” o “La coscienza di Zeno” parlano già di questa confusione. Anche scrittori come Pasolini o Péguy denunciavano come le identità tradizionali si stessero perdendo nella modernità e nel consumismo. Questo argomento è stato ripreso in vari campi – dall’arte al cinema, dal teatro alla musica – e il tempo non ha migliorato la
situazione.

Siamo arrivati a un punto in cui il concetto di “persona” è diventato “liquido”, difficile da definire e astratto. Si cerca goffamente di definire l’identità con la psicologia, ma questo approccio è limitato perché non può spiegarci l’individuo dal punto di vista fondamentale (ontologico), religioso o filosofico. Nella mia analisi, non voglio seguire i sociologi e gli antropologi popolari che, sui giornali, etichettano ogni idea come astratta. Ho letto di recente articoli totalmente folli dove anche i concetti di popolo, famiglia e persona vengono negati e criticati, nonostante siano terribilmente concreti e necessari. Quello che qui interessa è capire perché c’è questa crisi d’identità diffusa e come possiamo risolverla.

Tra le cause principali, c’è sicuramente un problema filosofico: la perdita di identità è legata allo sviluppo dell’idealismo tedesco, che da quasi tre secoli cerca di definire l’essere e le sue sfaccettature solo attraverso il pensiero. Un secondo problema che distrugge le identità è l’ateismo. Perché non riesce a dare un significato
profondo alla realtà e a tutto ciò che contiene, inclusa l’umanità. Il terzo fattore è il mercato: il successo dell’economia e della globalizzazione ha creato un’umanità flessibile e “cittadina del mondo”, che deve adattarsi ai modelli lavorativi e sociologici proposti da pensatori come Friedman e dalla Scuola di Chicago. Un’altra causa è legata a fenomeni come la cancel culture, l’oikofobia e il decostruzionismo (che smonta le nostre tradizioni), spesso promossi da giornalisti, attori e cantanti famosi.

Ci sono anche altri aspetti nascosti che incidono su questa crisi, come il cambiamento delle relazioni: oggi sempre più superficiali, o la fine del comunitarismo e la diffusione capillare della tecnica. Molti altri fattori che influenzano questo fenomeno sono difficili da individuare. Osservando questo quadro, possiamo dire che oggi l’identità non è un obiettivo raggiungibile. Non c’è più nulla che ci “supera” in senso spirituale o di eredità culturale, e non c’è nulla che si presenti “davanti” a noi, come il mondo, le altre persone o gli oggetti. In pratica, non ci sono collegamenti né verticali (con il divino/tradizione) né orizzontali (con gli altri/mondo) che possano definirci o con cui confrontarci. Dio è diventato un discorso sconosciuto e vago, mentre la storia e la cultura di un popolo non contano più. Rimane solo l’idea dell’altro e del mondo, percepiti come realtà sempre più variabili, soggettive, legate alla nostra percezione e ai nostri punti di vista. Il concetto di persona si definisce così solo attraverso la percezione personale. È strano, però, che questo approccio escluda la realtà concreta, mentre la stessa realtà viene accettata ingenuamente in altri settori come l’economia, la legge e via discorrendo.

Oggi proviamo a creare la nostra identità da soli, nello studio dello psicologo, senza certezze su chi siamo o sul mondo, arrivando ad edificare soltanto identità deboli, mutevoli (come quelle di oggi), staccate dalla biologia, dalla storia e dalla filosofia.

Quindi, come possiamo risolvere il problema? Tornando all’origine, oltre a dover abbandonare una cattiva visione dell’essere, una cattiva filosofia e una pessima cultura, dobbiamo recuperare la fede in Dio e dobbiamo tornare a una concreta analisi teologica. Per migliaia di anni, l’identità umana è stata legata alla religione. È l’unica realtà che può essere completamente indipendente e che va oltre la nostra coscienza e la nostra percezione. Non è un caso che Gesù nei Vangeli dia nuovi nomi agli apostoli: questo è il segno di un Dio capace di rivelare e formare le nostre identità. Anche l’Antico Testamento lo conferma, con Dio che dà nomi, missioni e principi. Nell’Eden, Adamo, grazie a Dio, riesce a capire l’essenza delle cose e a dare un nome e una definizione a tutto ciò che lo circonda. E sempre in unione con Dio, riconosce la donna come una parte e un completamento reciproco. Lo stesso vivere torna a risplendere e ad acquisire un senso sotto questa prospettiva, che senza la religione si era trasformato in un dramma senza fine o in un teatro dell’assurdo.

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