di Mattia Taricco

Il 23 luglio 2025 è stato approvato un provvedimento che sancisce il conto corrente come diritto di cittadinanza. In apparenza, si tratta di una conquista sociale: le banche saranno obbligate ad aprire un conto a chiunque ne faccia richiesta e non potranno chiuderlo se attivo. Ma cosa si cela dietro questa mossa apparentemente innocua?

Secondo alcuni osservatori critici, questa misura sarebbe solo il primo passo di un disegno più ampio, nel quale destra e sinistra collaborano — pur fingendo di essere antagonisti — per esercitare un controllo sempre più stringente sulla vita dei cittadini.

In effetti, le due parti, ormai complementari e interdipendenti, sembrano operare insieme per realizzare gli obiettivi di un’agenda liberal-neomarxista, offrendo al contempo l’illusione di una democrazia pluralista.

La dinamica, secondo questa visione, è sottile ma efficace: la destra presenta il provvedimento come una vittoria del cittadino sulle banche, riaffermando il diritto all’accesso agli strumenti finanziari. Ma così facendo, accetta implicitamente anche un principio pericoloso: quello secondo cui la banca non solo custodisce il tuo denaro, ma ne diventa proprietaria e può amministrarlo a suo piacimento. Lo stabilisce l’articolo 1834 del Codice Civile, che sancisce che i depositi bancari diventano proprietà dell’istituto. Finché le banche restano private, dunque, nessuno è realmente proprietario dei propri soldi.

Ed è a questo punto che entra in scena la sinistra. Secondo questa logica, sarà proprio la sinistra — con la sua visione “progressista” — a sfruttare questo sistema per colpire chi dissente: il tuo conto potrà essere bloccato se ti opporrai, ad esempio, a che tuo figlio di 10 anni, dopo aver visto un film con una maestra queer dai capelli viola, venga avviato a un percorso di riassegnazione di genere perché si è dichiarato demisessuale cisgender. Oppure potresti essere punito economicamente per aver scritto su Twitter che un’atleta africana che gareggia per l’Italia non è italiana. Queste opinioni verranno etichettate come “intolleranti”, “razziste” o “piene d’odio” — e le conseguenze non saranno più solo sociali, ma anche economiche.

In questo scenario distopico, chi solleva dubbi verrà accusato di autoritarismo, mentre i promotori del sistema si proclameranno difensori della democrazia e della libertà. Ma è davvero libertà, questa?

Dietro l’apparente conquista di un nuovo diritto, si cela la possibilità di un controllo pervasivo sulla vita quotidiana: se la tua esistenza economica può essere congelata per un’opinione, allora ciò che chiamiamo “democrazia” rischia, in perfetto stile orwelliano, di essere esattamente il suo contrario.

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