di Luigi Cortese
“Che strana democrazia è mai quella che vieta di rimpiangere un dittatore scomparso, e che strano dittatore fu mai quello se trova tanti disposti a rimpiangerlo in tempi di democrazia.”
Leo Longanesi non aveva bisogno di giri di parole. E quella frase oggi risuona più vera che mai. Perché, che piaccia o no, Mussolini viene ancora ricordato con rispetto da una fetta di popolazione. E non si tratta solo di reduci nostalgici: il suo nome circola in modo trasversale, silenzioso, profondo. E inquieta, perché rivela un malessere collettivo che nessuno dei cosiddetti “grandi” partiti sembra voler ascoltare.
Un nome che non muore
Non serve essere fascisti per capire cosa muove certe simpatie. La questione non è fare un processo storico ogni volta che si nomina Mussolini. È accorgersi che c’è gente che, in mezzo al disastro della politica moderna, guarda a quel nome non come a un passato da copiare, ma come a qualcosa che – giusto o sbagliato – dava l’idea di uno Stato che c’era.
Non lo dicono per farsi belli, non fanno propaganda. Lo dicono magari in famiglia, tra amici, a bassa voce. Perché oggi l’Italia sembra un Paese senza spina dorsale. Tutti in fila a Bruxelles, tutti allineati a Washington, tutti a ripetere che va tutto bene… mentre nelle case, nei negozi, nei cantieri, si stringe la cinghia e si spegne la speranza.
I partiti di sistema non c’entrano
C’è poi chi continua a tirare fuori il “pericolo fascista” ogni volta che un politico alza un po’ la voce. Ma la verità è che nei partiti di sistema – quelli che si dividono la torta da trent’anni – del fascismo non c’è neanche l’ombra. Nessuna idea forte di nazione, nessun progetto vero per l’Italia. Solo esecutori: dei mercati, delle agenzie di rating, della NATO, dell’Europa dei tecnocrati.
E la gente lo vede. E lo sente. E allora non si sorprende se qualcuno, davanti a questa desolazione, guarda indietro. Perché se l’unica alternativa al caos attuale è la recita stanca dei partiti che si fingono avversari ma firmano gli stessi documenti, allora tanto vale ricordare chi almeno sembrava guidare e non subire.
E intanto, in questa stessa Italia, esiste un movimento che quella destra istituzionale ha tentato in ogni modo di cancellare. Un movimento dichiaratamente identitario, che non ha mai rinnegato i suoi riferimenti storici e culturali, e che ha come figura di riferimento Roberto Fiore, l’unico leader politico italiano a non essersi piegato ai compromessi del sistema. Fiore non ha mai nascosto il proprio legame ideale con il fascismo, né ha mai abiurato ai fondamenti spirituali e nazionali di quella visione.
Per impedirne la partecipazione democratica, sono state perfino modificate le leggi elettorali, costruite su misura per escludere chi non si adegua ai canoni imposti dal politicamente corretto e dall’ortodossia atlantica.
Questa è oggi la realtà: da un lato una destra che ha promesso di essere alternativa ma si è fusa col sistema fino a diventarne ingranaggio, dall’altro chi viene emarginato perché ancora capace di dire no, di difendere la propria identità, di scegliere da che parte stare.
Non è ideologia. È fame di qualcosa
Non è questione di fare il saluto romano o mettersi la camicia nera. È questione di identità, di dignità nazionale, di voglia di ordine. Di quella sensazione – che oggi manca totalmente – che lo Stato esista davvero e non sia solo un marchio sulle bollette.
Chi oggi si rifà a Mussolini, anche solo a livello simbolico, non lo fa perché vuole ricreare il passato, ma perché nel presente non trova nulla che lo rappresenti. E nei partiti istituzionali non vede nessuno che abbia il coraggio di sfidare questo sistema malato. Lo chiamano populismo, lo chiamano fascismo, lo chiamano come vogliono. Ma la verità è che è solo un grido di rottura. Un modo per dire: “Così non va. Così non ci riconosciamo più”.
Il vero tabù
Siamo nel Paese in cui si può mettere in discussione tutto: religione, patria, valori, simboli, persino la Costituzione. Ma guai a dire che Mussolini viene ancora rimpianto. È come bestemmiare in chiesa. Ma se ancora oggi, dopo tutto quello che ci hanno raccontato, dopo tutti i programmi scolastici, le fiction, le commemorazioni, c’è chi lo nomina con rispetto… forse, anziché scandalizzarci, dovremmo porci una domanda seria: ma chi ha governato finora, cosa ha fatto per meritarsi di essere ricordato meglio?
E allora quel rimpianto di Mussolini, tanto demonizzato, non nasce da nostalgia, ma da vuoto. Nasce da un’Italia che guarda attorno e non trova più un solo volto credibile. A eccezione di uno.





Oggi si ricorda anche l’Omicidio di Rocco Chinnici per mano della mafia. Il pensiero va in automatico, quasi per tutti, al “perfettissimo”, il prefetto di ferro Cesare Mori che silenziò la mafia in Sicilia. Mussolini fu categorico: “Non abbia riguardi, né in alto né in basso”. Era già in pensione quando fu richiamato e mandato a Trapani ma assolve il suo dovere con metodi a volte poco ortodossi ma riuscendo comunque nell’intento, soprattutto perché aveva alle spalle lo Stato, cosa che non è avvenuta ai tanti morti dei giorni nostri. È interessantissima la sua storia. Ecco, anche per questo viene ricordato Mussolini, checché ne dicano gli altri. In 20 anni quest’uomo ha assolto in pieno il morto “Tutto per la Patria”. Così fu.
Io non amo il fascismo, ma credo che l’antifascismo sia peggio. L’antifascismo è stato ed è tuttora lo strumento più efficace per demonizzare tutti coloro che si oppongono alle politiche dei globalisti e spingerli nel ghetto del fascismo, cioè in un vicolo cieco che condanna chiunque ci finisca dentro all’insignificanza politica e a uno sterile nostalgismo.
A chi conserva rispetto per Mussolini, soprattutto ai più giovani, rivolgo il consiglio paolino: “Valutate bene ogni cosa, trattenete ciò che è buono”. Ciò che di positivo è riscontrabile nel fascismo è stato il tentativo di assoggettare la finanza alla politica; ciò che è ancora attuale è la speranza di veder fiorire, nel panorama odierno, qualche forma inedita ed efficace di “terza via” proiettata oltre le contraddizioni del capitalismo liberale e della socialdemocrazia. Quanto agli amanti di manganello, olio di ricino, leggi liberticide e smanie coloniali, beh, a loro non ho nulla da dire né da dare, se non il disprezzo che meritano.
Bisogna superare le tre grandi ideologie del Novecento – fascismo, comunismo e liberalismo – per riscoprire valori premoderni e declinarli in una nuova teoria politica aperta a una visione del mondo multipolare. Purtroppo, sembra che in Italia nessuno abbia la voglia o la capacità di assumersi questo compito. In Russia, ci ha provato Alexander Dugin con la sua Quarta Teoria Politica: un ammirevole sforzo intellettuale, che però critica il mondo liberal-moderno con le sue stesse categorie e rischia di rimanerne intrappolato. Infatti, Dugin ha incentrato la sua teoria sul Dasein di Heidegger e non sulla metafisica dell’Essere di Tommaso d’Aquino, e questo è, a mio avviso, il suo limite maggiore.
Il politicamente corretto ha portato alla tragedia ultima che vediamo oggi in Medio Oriente, lo sterminio di innocenti da parte dello strapotere di una particolare entità, che non accetta critiche e che pensa di essere al di sopra di ogni altro potere terreno.
” … molti sono gli storici che scrissero la storia di Nerone :
alcuni per gratitudine , essendo stati da lui trattati bene , non ebbero cura della verità ;
altri , per odio e rabbia verso di lui , hanno mentito senza riguardo dicendo falsità e meritano censura …” (Flavio Giuseppe . Antichità Giudaiche . 20 . 154 ) .
Flavio Giuseppe (37 d . C . – 100 d . C . ) esprime un giudizio abbastanza equilibrato su
Nerone (37 d . C . – 68 d – C – ) e su come la storiografia antica ce l’ha tramandato .
Quel personaggio fortemente negativo , che tutti abbiamo imparato a conoscere fin da quando eravamo sui banchi dell’elementari , è frutto , principalmente , dei racconti di Svetonio (70 d . C . – 122 d . C . ) e di Tacito (57 d . C . – 125 d . C . ) , poi ripresi in parte da Cassio Dione (155 d . C . – 235 d . C . ) , i quali erano perlopiù debitori verso le fonti coeve dell’imperatore , ovvero : Cluvio Rufo (10 d . C . – 70 d – C . ) , Fabio Rustico (? – 108 d . C . ? ) e Plinio il Vecchio (23 d . C . – 79 d. C . ) . Flavio Giuseppe , distaccandosi da loro , ci dice , in poche parole che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge , dipende da chi lo dipinge
Per quanto riguarda Mussolini è ancora presto per avere un giudizio storico sereno ed equilibrato , i giornalisti , gli scrittori e gli storici moderni , che scrivono di Mussolini intingono ancora le loro penne negli inchiostri dei vincitori della seconda guerra mondiale . Inchiostro ancora intriso di odio politico e , per nulla imparziale . Ovviamente , mettendosi nei loro panni , diversamente non possono fare , se facessero diversamente , invece di fare i giornalisti , nei principali giornali italiani o gli storici , nelle più prestigiose università italiane , farebbero i braccianti agricoli , o peggio gli assistiti della Caritas Diocesana . L’attuale regime li farebbe mancare anche l’aria per respirare ,e non solo il pane per vivere .
Io personalmente , se proprio devo essere costretto a scimmiottare qualcuno preferisco scimmiottare , da un punto di vista culturale , l’Italia del rinascimento , epoca in cui il nostro Paese era il faro della cultura per l’intera Europa , Mentre , da un punto di vista politico e militare , la Roma antica ,epoca in cui l’Italia era una superpotenza e buona parte dell’Europa era territorio romano . Preferisco di gran lunga questi modelli nostrani da scimmiottare , anziché i pagliacci stranieri di oltreoceano , come fanno tantissimi per partito preso e/o per necessità familiari . Meglio mangiare il pane della Caritas che fare il servo a Washington .