di Luigi Cortese

Mentre a Roma si fa finta di discutere di “sovranità” e “difesa dell’interesse nazionale”, nel mondo reale accade un fatto semplice e gravissimo: Iveco è stata venduta. Anzi, spezzettata e venduta, come si fa con ciò che non si ha più intenzione di proteggere.

La parte civile, quella che costruisce i camion, i bus e i motori, è finita nelle mani del colosso indiano Tata Motors. Quella militare, la divisione che produce veicoli per la difesa, è stata invece ceduta a Leonardo, controllata dallo Stato italiano. Prezzo complessivo? Circa 5,5 miliardi di euro, che sembrano tanti solo a chi non conosce il valore strategico di una realtà come Iveco.

La solita partita già scritta

La notizia girava da settimane, ma ora è ufficiale. Iveco non è più un’azienda italiana, o almeno non lo è più nel senso pieno, concreto, produttivo del termine. Tata, con un’OPA a 14,10 euro per azione, ha portato a casa un asset industriale storico. Leonardo, che ha preso la parte difesa, ha fatto il minimo indispensabile per salvare la faccia del governo.

E proprio qui sta il punto. Perché a furia di “salvare la faccia”, stiamo perdendo tutto il resto.

Il governo osserva, ma non agisce

Il ministro Urso ha dichiarato che il governo vigilerà e tutelerà occupazione e know-how. Parole, tante parole. Ma la verità è che non c’è una politica industriale, né oggi né ieri. Si lascia che siano i mercati a decidere, si interviene solo per legittimare ciò che è già stato scritto nelle stanze delle multinazionali e nei salotti finanziari.

Il golden power? È stato esercitato per consentire la vendita della parte militare a Leonardo, ma non ha impedito lo spezzatino. Non ha fermato la cessione ai capitali stranieri. Non ha imposto vincoli seri su investimenti, produzioni o occupazione. È servito a rassicurare gli italiani, non a difendere l’industria.

Iveco: 36.000 lavoratori, 14.000 in Italia. E adesso?

I sindacati parlano chiaro: nessuna consultazione, nessuna garanzia scritta, solo comunicati e promesse. Nei siti di Suzzara, Torino, Brescia, Bolzano, le persone sono in allarme. E fanno bene. Perché se le scelte si prendono a Mumbai, e non più a Roma o Torino, è evidente che il destino dell’occupazione italiana è tutto da scrivere.

E no, non si può continuare a chiamare tutto questo “internazionalizzazione”. È smobilitazione. È svendita. È un segnale chiarissimo: in Italia, se hai un’impresa strategica, il tuo futuro dipende da quanto sei utile agli interessi di qualcun altro.

Dal Made in Italy al Made altrove

C’è chi parla di “opportunità globale”. Ma qui di globale c’è solo la rassegnazione. Iveco è uno dei tanti pezzi venduti nel tempo: Magneti Marelli, Comau, Piaggio Aerospace, Ansaldo… Ogni volta lo stesso copione. Ogni volta una cessione fatta passare come necessaria. Ogni volta un silenzio colpevole da parte della politica.

La realtà è che stiamo perdendo controllo sulle nostre industrie, sulle nostre tecnologie, sulla nostra capacità produttiva. E se perdiamo questo, non ci resteranno che le chiacchiere.

La vera sovranità? Si fa con l’industria

La sovranità non si grida. Si costruisce. Con investimenti, con visione, con decisioni che tengano dentro il lavoro, l’innovazione, la difesa degli asset strategici. Ma se il massimo che il governo riesce a fare è dire “vigileremo”, mentre tutto viene venduto pezzo per pezzo, allora non si tratta più di mancanza di strumenti. Si tratta di mancanza di volontà.

E la verità è questa: chi governa oggi l’Italia non ha un’idea di futuro industriale, né il coraggio di dirlo. E così, mentre il mondo corre, noi restiamo a guardare — e a vendere.

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