di Mattia Taricco
Ogni tanto tornano a farsi sentire i blasonati sponsor del salario minimo, cavallo di battaglia sindacale a cui ancora molti lavoratori credono. In un Paese dove il costo della vita sta raggiungendo soglie inaccettabili e il potere d’acquisto dei cittadini si abbassa giorno dopo giorno, sentiamo ancora parlare di “salario minimo” come se fosse una conquista.
Ma cerchiamo di fare chiarezza: ad oggi lo stipendio medio di 1300/1500 euro al mese, una paga considerata ben superiore al salario minimo, è bassa e non basta più. È la paga da fame con cui milioni di lavoratrici e lavoratori sono costretti a sopravvivere, mentre affitti, mutui, bollette, carburanti e beni essenziali continuano ad aumentare e tutti noi ci possiamo permettere sempre di meno. E mentre la classe politica fa orecchie da mercante con bonus una tantum, promesse irrealizzabili e la solita vuota retorica, la realtà è questa: con 1300 euro al mese non si vive più. Si sopravvive.
Non stiamo vivendo in un Paese povero. Stiamo vivendo in un Paese “derubato”. Le grandi banche, le multinazionali, i fondi speculativi e le élite finanziarie si ingrassano sulle spalle di chi lavora. I profitti esplodono, i dividendi crescono, mentre il salario reale resta inchiodato da più di dieci anni. Dieci anni! In Italia, gli stipendi sono tra i pochi in Europa a essere diminuiti dal 1990 a oggi. E questa è una scelta calcolata, non un destino inevitabile. Quindi basta retoriche sul salario minimo: che sia salario massimo per i lavoratori.
E qui azzardiamo con delle proposte ciò che nella pratica significherebbe questo “salario massimo”, in modo che le persone se ne rendano davvero conto: reddito minimo garantito di 2000 euro netti per ogni lavoratore, ossia ciò che ad oggi serve per vivere, rapportato automaticamente all’inflazione reale (non quella truccata dall’ISTAT); controllo statale delle banche e delle grosse entità finanziarie, per impedire che il denaro venga drenato dai salari verso le rendite speculative; nazionalizzazione dei settori strategici: energia, trasporti, sanità, edilizia. I servizi essenziali non possono essere lasciati al profitto privato, altrimenti manca la base per poter costruire il resto. Introduzione di un tetto massimo agli stipendi dei manager pubblici e privati, per stringere la vergognosa forbice tra chi prende 100mila euro al mese e chi non arriva a fine mese. Abolizione del precariato e riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. La produttività va redistribuita, non sfruttata. Rivoluzione fiscale: tassazione patrimoniale sulle grandi ricchezze e detassazione totale dei redditi da lavoro sotto i 2500 euro.
Vi sembra di sognare vero? Eppure non stiamo parlando di fantascienza, ma di come erano le cose anni fa, quando la mannaia non era ancora calata così a fondo. Sarà mai possibile che qualcuno faccia applicare tutto ciò? Certamente, ma solo quando si insedierà una classe politica nuova e rivoluzionaria e tutto ciò che è vecchio sarà spazzato via.
Serve un nuovo patto sociale, scritto dal popolo per il popolo. Serve l’organizzazione di lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, verso una partecipazione attiva e una consapevolezza maggiore, figlia del disincanto. Ebbene, dico tanto se affermo con assoluta certezza che una casa di proprietà, la possibilità di avere e mantenere dignitosamente dei figli e perché no, ogni tanto togliersi qualche sfizio deve essere un diritto di base di ogni italiano?





C’è un “elefante nella stanza” che non viene nominato: l’euro. L’euro è stato, ed è tuttora, una trappola. Catturato in questa trappola il popolo italiano si è impoverito e ha perso tutto ciò che aveva conquistato negli anni precedenti: buon livello di vita, diritti dei lavoratori, servizi pubblici. Eppure non ci voleva un genio per sapere che sarebbe andata a finire così. Per dirla in maniera semplice, se abbiamo due paesi (ad esempio, Italia e Germania) con diversi livelli di inflazione, il paese con più alta inflazione (l’Italia) può recuperare competitività in due modi: svalutando la propria moneta o riducendo i propri salari; ma se i due paesi hanno adottato la stessa moneta, cioè l’euro, la prima soluzione gli è preclusa e rimane solo la seconda. Non c’è quindi da stupirsi che gli stipendi degli italiani siano rimasti fermi, anzi siano diminuiti, negli ultimi trent’anni. La cosa incredibile è che il discorso dominante sulle radici di questa stagnazione salariale non faccia alcun riferimento all’euro.
E’ chiaro che qualunque programma di riscatto sociale sarà irrealizzabile all’interno dell’eurozona e con i vincoli imposti dalle istituzioni europee. Per evitare un destino di sempre maggiore impoverimento e precarietà è indispensabile abbandonare il prima possibile la moneta unica e l’Unione Europea, riconoscendo ciò che essi sono: strumenti politici costruiti apposta per attuare le politiche economiche e sociali desiderate dall’élite finanziaria al comando.
Ottimo articolo! Ricordiamo,tra le altre cose,che i falsi sindacati italiani sono tra gli ingannatori principali dei lavoratori italiani. Vengono usati dagli stessi industriali nel programmare il valore minimo dei salari e tipologie di contratto. Praticamente,quelli che hanno firmato fino ad ora. In ultimo,ci hanno provato con il referendum . Strumentalizzare il lavoro degli italiani,per avvantaggiare l’immigrazione. In ultimo,proprio il governo Meloni con la regolarizzazione dei 500.000 immigrati. Dove non è riuscito il referendum,è riuscito invece il governo,anche se viene propinata sempre la questione dei clandestini per coprire la “regolarizzazione”. A prescindere dalla tipologia di lavoro dei migranti,la regolarizzazione serve a spingere per una competitività al ribasso nel mercato del lavoro,per colpire i giovani italiani e ostacolare le rivendicazioni sociali. Sappiamo,inoltre,dalle dichiarazioni di Tajani,che i salari sono tenuti bassi volontariamente dalle caste.