di Luigi Cortese
A Gaza la guerra non si combatte solo con le bombe. Si combatte anche con il silenzio.
Un silenzio che ieri è diventato ancora più pesante: un raid israeliano ha ucciso cinque giornalisti palestinesi di Al Jazeera.
Tra loro Anas al-Sharif, voce e volto che in molti conoscevano per i suoi reportage dal cuore dell’inferno. Con lui sono morti Mohamed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa. Erano accampati vicino all’ospedale al-Shifa quando un missile ha colpito la loro tenda.
Dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi oltre duecento giornalisti palestinesi. Non è un caso. È una lunga sequenza di nomi, volti e storie strappate via. Per Al Jazeera è la perdita più grave della sua storia: undici operatori morti in meno di due anni.
L’esercito israeliano accusa al-Sharif di essere un terrorista. Ma nessuna prova è stata mostrata. Amnesty International e ONU parlano di possibili crimini di guerra, ricordando che il diritto internazionale protegge chi informa.
Dietro la parola “terrorismo” si nasconde altro: la volontà di spegnere le voci che raccontano bambini sepolti vivi sotto le macerie, famiglie intere cancellate in un istante, ospedali trasformati in polvere. E anche il volto di un neonato morto di fame, perché i convogli umanitari restano fermi ai confini.
Molti giornalisti restano a Gaza sapendo di rischiare la vita ogni giorno. Restano per raccontare. Anas al-Sharif lo aveva detto: voleva mostrare la verità “senza distorsioni”. E per questo è morto.
Per molte ONG e osservatori indipendenti non si tratta solo di guerra: è genocidio. E l’eliminazione sistematica dei giornalisti è parte di questo disegno. Senza di loro, il mondo non vedrebbe cosa accade.
L’Occidente si limita a dichiarazioni di facciata. Qualche parola dura contro il governo Netanyahu, mentre continuano forniture militari e copertura diplomatica. Così, giorno dopo giorno, a Gaza non muoiono solo le persone. Muore anche la possibilità di raccontare la loro storia.





Giornalisti e operatori dei media non embedded documentano e trasmettono in diretta il genocidio che Israele sta perpetrando a Gaza, per questo la loro eliminazione è una priorità per chi non vuole testimoni scomodi. Ma gli assassini israeliani ci tengono alla loro reputazione, vogliono essere considerati persone oneste e rispettabili, vogliono essere benvoluti per le loro qualità morali e i loro comportamenti irreprensibili, e quindi non possono fare a meno di colpire sempre due volte le loro vittime: prima con i proiettili, poi con l’infamia. Peccato che non abbiano fantasia e l’infamia sia sempre la stessa, ripetuta come un disco rotto: i reporter uccisi erano in realtà terroristi, così come lo erano anche i medici, gli infermieri e gli operatori umanitari uccisi dall'”esercito più morale del mondo”.
La stragrande maggioranza dei giornali italiani, anche quando parla della tragedia di Gaza – di gente senza più casa, né fogne, né energia elettrica, né cibo, né acqua, che si sposta in continuazione nel vano tentativo di sfuggire ai bombardamenti, che nei punti di raccolta per la distribuzione dei viveri diventa oggetto di tiro a segno da parte dei cecchini israeliani – lo fa chiedendo al lettore di mettersi nei panni dell’occupante che guida il massacro: dovete capirlo, lui è buono, non gli piace mica far soffrire la gente, lui non vorrebbe sterminare i palestinesi, vorrebbe solo che sparissero, che se ne andassero altrove… e invece quegli stupidi si ostinano a restare nella terra che abitano da secoli, costringendo il povero colonizzatore sionista a fare la parte del cattivo! Insomma, il giornalismo occidentale in salsa italica, di fronte a una realtà non più occultabile, vuole farci assumere il punto di vista dei massacratori – le vere vittime -, lasciando sbiadire sullo sfondo il tormento dei massacrati – che, in fondo, se la sono cercata.
Per quanto sia imponente il peso mediatico dello Stato ebraico e delle lobby filo-sioniste, sono sempre meno le persone che si bevono questo liquame propagandistico, sono sempre meno quelle che si lasciano influenzare da espressioni come “operazione di sicurezza” o “danni collaterali” e sono sempre più quelle che vedono Israele per ciò che realmente è: colonialismo, occupazione, apartheid, pulizia etnica, genocidio. Dai campi profughi alle pagine dei social media, le atroci storie dei palestinesi non possono più essere ignorate, minimizzate o liquidate come fandonie antisemite. In Terra Santa, nonostante il sangue versato e il martirio di un popolo che sembra non avere fine, così come nel resto del mondo, malgrado le intimidazioni e le leggi liberticide paventate o già adottate da governi complici della barbarie, risuona la voce della resistenza anticoloniale, la voce che grida: Palestina libera!
E’ così che il mainstream sionista,falsificando la realtà, ha dato una interpretazione alterata, parziale,orientata e falsificata della storia,anche delle vicende della Seconda Guerra Mondiale. Ricordiamo i professori di storia e scrittori perseguitati in Germania,per quanto anziani,e,nello stesso tempo,appunto,i giornalisti uccisi e fisicamente eliminati dallo stesso potere,con altri metodi in Palestina.
Sono le 03.00 di notte. Le autorità,compresi i Carabinieri,devono controllare la Parrocchia di Paterniano ed il territorio adiacente la parrocchia. Elementi di criminalità ideologica non convenzinale. Una risata di una maniaca poco fa,già attiva nelle ore precedenti più presenza di altri soggetti consueti. Escalation particolare negli ultimi giorni. La risata della maniaca è conseguente a provocazioni finalizzate a disturbare il risposo notturno. Affermano loro stessi di violare la privacy.