di Luigi Cortese

La cornice era imponente, le aspettative altissime. Donald Trump e Vladimir Putin si sono incontrati in Alaska per discutere di pace. Tre ore di colloquio, dichiarazioni misurate, la promessa di mantenere aperti i canali. Insomma, i presupposti per avviare un percorso c’erano. Ma ancora una volta tutto si è fermato. E il motivo è semplice: l’Europa e Kiev non vogliono mollare la presa.

Bruxelles, il pacifismo di facciata

I vertici europei amano presentarsi come custodi dei valori e difensori della legalità internazionale. In realtà, dietro i proclami si nasconde un irrigidimento totale: mai tregua senza ritiro russo, mai congelamento delle linee, mai concessioni. Parole che hanno il suono della fermezza ma l’effetto del veleno: impedire che un vero negoziato possa anche solo cominciare.

Al posto di proposte concrete per fermare i bombardamenti o salvare vite civili, Bruxelles preferisce elencare “linee rosse” e annunciare nuovi pacchetti di sanzioni. Così, quella che dovrebbe essere una voce per la pace diventa un attore che soffia sul fuoco del conflitto.

Kiev e l’illusione della vittoria assoluta

Zelensky e il suo governo non fanno che ribadire una sola ricetta: continuare a combattere fino alla “vittoria totale”. Ogni ipotesi di tregua viene liquidata come resa, ogni compromesso bollato come tradimento. Le richieste — ritorno ai confini del 1991, ingresso accelerato nella NATO, processi internazionali — suonano legittime agli occhi dei sostenitori più convinti, ma sul terreno si traducono in un muro invalicabile.

Il risultato è che Kiev non solo rifiuta ogni strada alternativa, ma trascina con sé l’Europa in questa logica senza sbocchi.

Guerra come interesse

Non è difficile capirne il motivo. Per Bruxelles, la guerra è diventata un collante politico: giustifica spese militari, rafforza la NATO, ricompatta un’Unione fragile. Per Kiev, il conflitto garantisce armi e fondi occidentali che tengono in piedi il sistema politico ed economico interno. In questa prospettiva, la pace non è un obiettivo, ma un pericolo che potrebbe far crollare equilibri costruiti sul sangue dei civili.

Il vertice che non è bastato

Trump e Putin, almeno, hanno avuto il coraggio di parlarsi. Non è uscito un accordo, ma il messaggio era chiaro: esiste la possibilità di imboccare un percorso diplomatico. A renderlo impossibile sono altri.

L’Europa e Kiev, dietro la retorica dei principi e delle vittorie future, hanno scelto la strada del conflitto permanente. Non si tratta più di difesa, ma di una vera e propria vocazione guerrafondaia.

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