di Luigi Cortese
In Albania il futuro sembra avere il volto freddo di un algoritmo. Il premier Edi Rama ha annunciato con entusiasmo la possibilità di affidare all’intelligenza artificiale compiti sempre più centrali: dalla traduzione delle leggi europee alla gestione di un intero ministero. Un’idea che, raccontata così, fa pensare a un Paese pronto a saltare a piè pari nel domani. Ma dietro l’effetto speciale del progresso si nasconde una lunga scia di interrogativi.
L’algoritmo come ministro?
Rama immagina un’IA capace di azzerare favoritismi, clientelismi e corruzione. Una macchina imparziale, che decide senza piegarsi a pressioni politiche o interessi di partito. Ma la domanda è inevitabile: chi programma questi algoritmi? Perché se a scrivere le regole sono gli stessi che hanno beneficiato di un sistema poco trasparente, il rischio è di trasformare vecchi vizi in codice informatico, dando loro un’aura di neutralità che in realtà non esiste.
La città che osserva
Alle promesse anticorruzione si affianca un altro progetto: la “Smart City”, che prevede migliaia di telecamere e sensori sparsi per Tirana. L’idea, finanziata dagli Emirati Arabi, è stata presentata come un passo verso la modernità. Peccato che i costi siano quasi raddoppiati e che sulla gestione dei dati regni il silenzio. È qui che la fantascienza si mescola alla cronaca: una città che osserva tutto e tutti, senza che i cittadini sappiano davvero chi sia a guardare e per quale scopo.
Bruxelles non si fida
Nemmeno l’Unione Europea si lascia convincere facilmente. Tradurre con ChatGPT oltre 280mila pagine di normative comunitarie può sembrare geniale, ma a Bruxelles ricordano che l’adesione non è solo questione di testi armonizzati. Servono competenze, responsabilità, istituzioni solide. E queste non si possono scaricare da un software.
La democrazia digitale a rischio
C’è poi un pericolo più subdolo: l’uso dell’IA in politica. In un Paese dove la consapevolezza digitale è ancora fragile, deepfake e propaganda automatizzata potrebbero influenzare le elezioni a costi bassissimi, alterando il gioco democratico sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno se ne accorga davvero.
Verso un futuro alla Matrix
Il parallelo con Matrix è inevitabile. Nel film, gli uomini vivono in una realtà perfetta, ma fittizia, progettata dalle macchine. In Albania, il rischio è di costruire un sistema che sembra trasparente, ordinato, efficiente, ma che in realtà concentra potere e controllo nelle mani di pochi, dietro lo schermo opaco di un algoritmo.
Il progresso tecnologico non è di per sé un male, ma affidare alla macchina compiti che spettano alla politica, senza garanzie e senza trasparenza, rischia di trasformare un sogno in un incubo. La vera sfida non è eleggere un ministro-robot, ma costruire istituzioni che non abbiano bisogno di nascondersi dietro l’illusione della perfezione digitale.
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Fonti: Politico, Balkan Insight, InAlbania, Politiko.al, Albanian Daily News





Con l’Intelligenza Artificiale e l’Internet delle Cose siamo entrati in una nuova forma di capitalismo che non si accontenta più di automatizzare i flussi di informazioni su di noi, ma mira a renderci degli automi. Mai come oggi, con la raccolta dei nostri dati biometrici e le potenzialità dei nuovi dispositivi tecnologici, rischiamo di vivere in un mondo dove non c’é più alcun diritto alla riservatezza, di esser parte di una società di uomini e donne trasparenti sotto il controllo costante del grande fratello elettronico, di trovarci inseriti in un sistema che castra sul nascere la spontaneità, la creatività, il pensiero critico e ogni impulso alla libertà dell’essere umano.
L’aspirazione al controllo sociale totale da parte di chi detiene le leve del potere non è nuova, ma la mancanza di un’adeguata tecnologia aveva sempre frustrato questo desiderio. Già nel 1791 il filosofo e giurista Jeremy Bentham progettò il Panopticon, un carcere a forma di cerchio con una torre centrale dalla quale un unico sorvegliante poteva osservare tutti i detenuti nelle celle senza permettere a questi di sapere se, in un dato momento, erano controllati oppure no. Nelle intenzioni di Bentham, questo sentirsi sempre osservati anche quando non lo erano, avrebbe portato i prigionieri a comportarsi meglio.
Dalla fine del diciottesimo secolo, però, di strada ne abbiamo fatta! A differenza del Panopticon, oggi il controllo non viene più esercitato su un numero limitato di individui (i carcerati), ma è esteso a tutti, in quanto i dispositivi di sorveglianza (telecamere, microfoni, rilevatori di movimento, pagamenti elettronici, SPID ecc.) fanno convergere i nostri dati personali in banche dati centralizzate, veri e propri archivi digitali per la schedatura dei cittadini. Questa pervasiva forma di spionaggio si prolunga fino all’interno delle mura domestiche, in quanto siamo ormai immersi in una gabbia elettronica che non ci abbandona mai (così come non abbandoniamo mai il nostro smartphone). E, proprio come nel Panopticon, la consapevolezza di poter essere osservati in qualunque momento della nostra vita pubblica e privata modifica il nostro comportamento, incentiva le condotte “virtuose” (quelle gradite a chi ci controlla) e ci spinge all’autocensura: siamo indotti, cioè, non solo a comportarci come il potere si aspetta da noi e ad evitare di esprimerci su tematiche “scomode”, ma anche ad allontanare subito dalla nostra mente pensieri divergenti da quello unico dominante per paura di essere puniti o emarginati.
Per quanto riguarda gli stati, così come per le aziende, la corsa allo sviluppo dei sistemi di Intelligenza Artificiale sembra essere un processo inarrestabile, perché qualunque ritardo porterà alla vulnerabilità militare degli stati che sono rimasti indietro e alla non concorrenzialità delle aziende che non si sono prontamente ammodernate. Resta aperta la questione se tali sistemi siano gestibili in modo da non privare le persone della loro dignità e autonomia… ma passaporti vaccinali e moneta digitale non lasciano ben sperare.