di Luigi Cortese

Ci sono storie che fanno male solo a raccontarle. Una di queste è quella del gruppo FacebookMia Moglie❤❤❤”, chiuso dopo settimane di scandalo e indignazione. Più di trentamila uomini si erano uniti per condividere e commentare foto intime delle proprie consorti. In molti casi, immagini rubate o diffuse senza alcun consenso. Non è solo pornografia spicciola. È molto peggio: è un tradimento doppio, perché non riguarda soltanto la donna coinvolta ma tocca il cuore del matrimonio stesso. Chi espone la propria moglie al pubblico ludibrio non sta semplicemente violando la privacy di una persona: sta calpestando la promessa più sacra, quella fatta davanti a Dio o comunque davanti a una comunità, nel giorno delle nozze.

Quando un marito espone l’intimità della moglie agli sguardi di estranei, compie un gesto che distrugge la fiducia e cancella la protezione che dovrebbe essere alla base di ogni unione. È come spalancare la porta della propria casa a chiunque voglia entrare e guardare, riducendo ciò che dovrebbe restare custodia d’amore a spettacolo di massa. Il matrimonio, sacramento o promessa civile che sia, vive di rispetto e di custodia reciproca. Invece qui abbiamo visto l’opposto: chi avrebbe dovuto proteggere ha tradito, chi avrebbe dovuto custodire ha profanato.

Il danno non riguarda solo le donne finite in quelle gallerie virtuali. È una ferita che si allarga a tutta la famiglia. Una moglie viene violata nella sua dignità, i figli rischiano un giorno di imbattersi in quelle immagini, l’intera istituzione familiare esce offesa e ridicolizzata. Non c’è amore possibile laddove c’è mercificazione. Non c’è fedeltà dove il corpo della sposa diventa oggetto di scambio e derisione.

Le denunce alla Polizia Postale sono migliaia, e i reati contestati vanno dalla violazione della privacy al revenge porn, con pene fino a sei anni di carcere. Giustizia dovrà fare il suo corso, ed è giusto che ci siano condanne esemplari. Ma il punto centrale è un altro: la giustizia non potrà mai restituire a quelle donne la serenità di sentirsi custodite e rispettate, né cancellare il senso di tradimento che resterà inciso nella memoria.

Questa storia ci deve indignare, non solo scandalizzare per qualche giorno. Perché se il matrimonio smette di essere il luogo della fedeltà e della custodia reciproca, tutto crolla. Ogni volta che una moglie viene esposta senza consenso, non si offende soltanto una donna, ma si tradisce un giuramento, si profana un sacramento. Il matrimonio è fatto per custodire, non per esibire. È un vincolo che chiede rispetto, non spettacolarizzazione. Non possiamo restare indifferenti davanti a chi riduce la propria sposa a merce da vetrina.

In fondo, indignarsi davanti a episodi come questo non è solo un dovere civile o morale: è un atto di difesa verso ciò che di più intimo e prezioso ci lega l’uno all’altra.

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