di Mattia Taricco

Questa è la storia di Marco, un bambino di 10 anni. Suo padre, licenziato, cercava di tirare avanti facendo il rider. Pedalava tutto il giorno per portare cibo alle persone. Quella notte tremava di freddo, ma decise comunque di completare le ultime due consegne: sperava così di recuperare il punteggio che l’algoritmo gli aveva tolto.

Il punteggio, il ranking, la fascia… parole incomprensibili per un bambino, ma che sembravano più importanti persino di un “buonanotte, figlio mio”.
La vita di suo padre era scandita dal pedalare in fretta, dalle notifiche incessanti, dal non potersi fermare neanche un momento per paura di perdere posizioni.

Quella notte, però, il pedale si fermò. Nessun rumore, solo il suono delle notifiche. Si accasciò a terra mentre l’algoritmo continuava a segnalare penalità: per consegna rifiutata, per mancata risposta, per assenza dal turno. L’uomo moriva, ma il sistema vedeva soltanto un numero che non rispondeva più.

Al funerale, Marco scoprì che in Italia ci sono 60mila rider come suo padre, e che molti di loro non denunciano incidenti per paura di perdere il lavoro. Nonostante le migliaia di esposti e le multe milionarie inflitte alle piattaforme, i rider continuano a correre in silenzio.

Perché l’alternativa qual è? A una certa età, essere licenziati equivale a una condanna. E il Paese non offre altro che pedalare a 3 euro l’ora. Un mercato alimentato da masse di disperati pronti ad accettare condizioni disumane: i nuovi schiavi, il nuovo esercito industriale di riserva. È anche per questo che l’immigrazione non si ferma.

Dal 2021, in Italia almeno 19 rider sono morti sul lavoro. A Milano si registrano in media otto incidenti denunciati al giorno, ma spesso si tace per non avere problemi. Intanto il settore vale 4,6 miliardi di euro solo nel nostro Paese. Le piattaforme, a fronte di questo immenso giro d’affari, hanno pagato appena 7,5 milioni di multe: un calcolo che conviene, almeno per loro.

Ecco i problemi concreti del Paese reale, i problemi del popolo. Mentre la politica discute di manovre astratte e i sindacati si perdono in battaglie simboliche, chi lavora per vivere muore in silenzio.

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