di Mattia Taricco
Giulia ha 31 anni, una laurea in economia, un lavoro che sulla carta dovrebbe bastarle… ma la sera quasi sempre cena da sua madre. Non è che non sappia cucinare: semplicemente, non se lo può permettere.
Fa la consulente d’impresa a Milano, con partita IVA. Quando le cose vanno bene porta a casa 1.500 euro, ma già 650 se ne vanno via dritti in affitto per un monolocale minuscolo. Il resto evapora tra bollette e spese. Da quando la guerra in Ucraina ha fatto impennare i costi dell’energia, non è più sufficiente abbassare il riscaldamento: bisogna tirare la cinghia anche sul cibo. Così, Giulia si limita a un pasto cucinato al giorno. Il resto lo copre con le cene da sua madre.
Alla mamma, in fondo, non dispiace averla lì. Le fa compagnia. Ma Giulia, guardandola, vede che non è più la donna forte di un tempo: la vecchiaia si nota, negli occhi e nei gesti. E soprattutto nelle parole non dette. Non chiede più: “quando ti sistemi?”. Ha smesso. Ha capito che non c’è niente da “sistemare” in sua figlia: è il Paese intero che andrebbe rimesso in piedi.
Ecco il paradosso: la nostra è la generazione più istruita di sempre, ma anche la prima destinata a non avere quello che i genitori davano quasi per scontato. Ci chiamano i working poor. In Italia siamo in 5 milioni: persone che lavorano, ma che comunque non ce la fanno a coprire i costi della vita. Stipendi fermi da vent’anni, prezzi che corrono come cavalli imbizzarriti.
Giulia, come tanti, ci aveva creduto. Dopo i tagli, la crisi, la pandemia, aveva pure dato fiducia a Giorgia Meloni. Sperava in un cambio di rotta. Ma niente: si è ritrovata in una condizione persino peggiore.
“Ho fatto tutto come dicevano”, pensa spesso. “Mi sono laureata, ho fatto la gavetta, sono stata seria. E allora perché sembra sempre di cadere a picco?”.
La realtà è che oggi un trentenne guadagna dal 30 al 40% in meno rispetto al padre alla stessa età. E il futuro non promette sconti.
Forse è per questo che le parole di Ezra Pound sembrano scritte ieri, non un secolo fa:
“Questa guerra […] è l’eterna guerra del sangue contro l’oro, tra l’usuraio e il lavoratore onesto, tra chiunque svolga un lavoro onesto con le mani o con l’intelletto e chi mercanteggia denaro a prestito”.





dopo la caduta del muro di Berlino il socialismo reale si è trasferito in occidente.
ecco cosa è successo anche nell’URSS erano tutti laureati e tutti morti di fame anche perché nessuno sapeva fare niente di pratico
e il bello è che i giovani protestano per i diritti dei gay, i pronomi, il patriarcato. È il capolavoro delle classi dominanti, l’orizzontalizzazione del conflitto, invece di combattere i dominanti, i dominati preferiscono combattere tra loro. La manipolazione è totale
Articolo chiaro, lineare, limpido, cristallino. Una boccata di verità in un mondo menzognero e falso. Complimenti Mattia!
Ma perché “oggi un trentenne guadagna dal 30 al 40% in meno rispetto al padre alla stessa età?”. Perché all’inizio degli anni Novanta si è affermata l’ideologia neoliberale, le cui ricette economiche – privatizzazioni, allungamento dell’età pensionabile, abbassamento dei minimi salariali e cancellazione di fatto dei contratti collettivi di lavoro – avrebbero dovuto accrescere la competitività internazionale delle nostre aziende, ma hanno invece distrutto la crescita interna; hanno determinato l’aumento dei profitti a scapito dei salari, con conseguente aggravarsi delle disuguaglianze; hanno favorito lo spostamento dei capitali dalla produzione alla rendita in Borsa, non solo da parte delle banche, ma anche dei grandi gruppi industriali che ormai investono prevalentemente in titoli finanziari mentre licenziano, delocalizzano e chiudono stabilimenti; hanno scardinato in poco più di un trentennio, anno dopo anno, la gabbia democratica costruita intorno al capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale; hanno reso precario il lavoro – e la vita – di un’intera generazione, come testimonia la storia di Giulia, la storia di uno dei tanti giovani motivati e competenti schiacciati da un sistema-paese che gli rema contro.
Alle parole d’ordine del neoliberismo bisogna replicare con fermezza, senza paura che la nostra opinione venga osteggiata o derisa dai ripetitori della narrazione mainstream. Ad esempio: ciò che il mercato decide è giusto di per sé? No, è giusto un sistema in cui la libera iniziativa economica privata convive con le imprese di stato e con l’intervento pubblico regolatore in alcuni settori. Il lavoro è una merce come le altre? No, il lavoro non è una merce, ma è parte integrante dell’uomo, serve alla sua realizzazione e contribuisce al bene comune.
In questo contesto, anche la regolarizzazione dei 500.000 immigrati in tre anni, come hanno fatto in Italia, secondo le strategie del governo e per conto delle imprese, fa parte del gioco. Serve ad abbassare gli standard per creare una competitività al ribasso tra i lavoratori, a prescindere dalla tipologia di lavoro che verrà poi svolta dagli immigrati. Anche se vi diranno, che i migranti svolgeranno i lavori che gli italiani non vogliono fare. Nello stesso tempo, gli immigrati avranno altre agevolazioni e a discapito degli italiani. La crisi salariale e abitativa per gli italiani peggiorerà, e con affitti a tasso di usura e non in proporzione ai salari ed alla tipologia dei contratti di lavoro.