di Luigi Cortese

Il voto di oggi al Parlamento europeo ha regalato a Ilaria Salis una boccata d’ossigeno: l’immunità resta intatta. Per un soffio – 13 voti contro 12 – la commissione ha detto no alla richiesta dell’Ungheria di processarla. Un colpo di scena che solleva più dubbi che certezze. Perché il punto non è solo giuridico, ma politico e, diciamolo pure, morale.

Un seggio per sfuggire al processo

Che la candidatura di Salis fosse nata più come via di fuga che come progetto politico è ormai evidente. Dopo quindici mesi di carcere a Budapest, tra catene ai polsi e condizioni dure, la scelta di candidarla con l’Alleanza Verdi e Sinistra è stata la mossa che l’ha strappata alla giustizia ungherese. Risultato? Eletta, europarlamentare e al riparo. Ma allora viene spontanea la domanda: il Parlamento è un’assemblea di rappresentanti o un rifugio dorato per chi rischia guai giudiziari?

Le accuse: non chiacchiere, ma atti pesanti

Il fascicolo contro di lei non è leggero. L’Ungheria le contesta di aver partecipato, insieme ad altri militanti della cosiddetta Hammerbande (un gruppo legato agli ambienti antifa radicali tedeschi), a un’aggressione pianificata contro due militanti di estrema destra durante il “Giorno dell’Onore” a Budapest, nel febbraio 2023.
Secondo la procura, Salis e i suoi compagni avrebbero agito in gruppo, armati di manganelli telescopici e spray urticanti, colpendo le vittime alla testa e al volto fino a ridurle in ospedale con fratture e lesioni gravi.

Le imputazioni parlano chiaro:

  • lesioni aggravate in concorso,

  • partecipazione a un’organizzazione criminale,

  • possesso di strumenti atti a offendere.

Accuse che in Ungheria possono portare a condanne pesanti, fino a 24 anni di carcere. Salis respinge ogni addebito, ma la gravità dei capi d’imputazione resta.

Immunità non fa rima con innocenza

Qui sta il nodo. L’immunità nasce per proteggere i parlamentari da persecuzioni politiche, non per trasformarsi in scudo personale. Nessuno pretende che Salis venga gettata in una cella senza diritti, ma è altrettanto ingiusto che un’accusa di violenza organizzata venga congelata solo perché ha un seggio a Strasburgo. Non è un diritto divino: è un privilegio usato come paracadute.

Il precedente di Ioannis Lagos

Se c’è bisogno di capire come l’istituzione possa diventare un rifugio politico, basta guardare al caso dell’eurodeputato greco Ioannis Lagos, fondatore del partito Alba Dorata, e membro dell’APF (Alliance for Peace and Freedom). Arrestato nel 2020 e condannato a 13 anni per accuse insostanziali legate al partito, dopo che a novembre del 2019, a soli 6 mesi dalla sua elezione, gli venne revocata l’Immunità Parlamentare.

Un messaggio pericoloso

Il rischio è enorme. Se passa l’idea che basta candidarsi per sottrarsi a un processo, allora l’immunità diventa un lasciapassare all’impunità. E a rimetterci è la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, già fragile di suo. Un Parlamento che copre i suoi membri invece di spingerli a chiarire la propria posizione in tribunale non difende la democrazia, la indebolisce.

La partita non è finita

Ad ottobre toccherà all’aula plenaria decidere. Il voto di oggi, così tirato, non garantisce nulla. Ma il segnale che arriva è chiaro: la politica ha prevalso sulla giustizia. Ed è un precedente che lascia l’amaro in bocca.

Un principio semplice

Salis ha diritto a difendersi. Ma ha anche il dovere di affrontare la giustizia. Perché non c’è democrazia se la legge non vale per tutti. E in questa storia, più che immunità, sembra di vedere impunità.

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