di Simone D’Aurelio

Il mondo postmoderno non è riuscito a depauperare la religione. Nonostante il secolo breve e l’Ottocento sono stati contrassegnati come momenti di allontanamento dal sacro, la realtà contemporanea, sempre più nichilista, è ancora contraddistinta dalla presenza di miliardi di fedeli in tutto il mondo. Se è vero che questi numeri non tengono conto degli uomini che pur dichiarandosi religiosi sono “atei” a livello pratico, è anche doveroso sottolineare come moltissime persone credono ancora oggi nell’importanza della trascendenza e in una rivelazione.

Dobbiamo tenere conto inoltre, che anche di fronte all’aumento dei cespiti che ci portano verso l’ateismo c’è un fattore di importanza cruciale da non sottovalutare: chi vive nell’apostasia spesso è religioso in modo latente. La categoria del Verum, e dei trascendenti, viene utilizzata e vissuta anche da chi si dichiara totalmente estraneo ai discorsi teologici. Accettati i punti sopracitati, dobbiamo comprendere perché l’uomo è religioso, ovvero da quali
esigenze nasce la tendenza a rivolgersi verso il sacro. Seguendo Marx, Feuerbach, e gli altri pensatori di stampo ateo-materialista l’ipotesi che si fa strada è che l’uomo “costruisce” una divinità, un prodotto usa e getta, da utilizzare quando siamo deboli o quando la società ci travolge. Una inferenza superficiale, e anche fragile, in primis perché Marx è il primo “profeta” in chiave atea che annuncia una nuova terra promessa ed una nuova categoria di
eletti, riutilizzando le categorie teologiche, e per secondo, perché nonostante le rassicurazioni del positivismo, della tecnica, dell’illuminismo e del recente consumismo ci imbattiamo in un fenomeno che si ripete costantemente. Neanche oggi dove l’uso della terapia psicologica è diventato un prodotto di massa, si è riusciti a “decostruire” quello che doveva essere semplicemente l’oppio dei poveri.

La risposta alla domanda sul perché l’uomo è da sempre orientato verso la trascendenza non si esautora in queste prospettive irrelate e restrittive. Gilson per risolvere il quesito spiegava che il modello teologico non è contenuto in una particolare esperienza di vita (2), e che lo ritroviamo nella nostra coscienza senza la capacità di poterlo
fabbricare (al contrario di Marx che percepisce tutto questo come un prodotto). Se Dio non è “rinchiuso” dentro un determinato fattore, possiamo postulare insieme a Livi che l’esistenza delle cose, l’esistenza dell’io, l’esistenza delle persone, l’esistenza di leggi morali, e l’esistenza di un fondamento nella realtà ci porta verso un atteggiamento che ricerca il divino (3), il tassello che può dare un ordine, un telos e una spiegazione a questi elementi primari che possono essere negati solo in apparenza.

Dio quindi si pone come una sottostruttura che armonizza dei principi che sono alla base dell’esperienza stessa.
Ci sono inoltre quattro pilastri, che ci parlano di alcuni bisogni primari, che non possono essere ignorati: il primo è il bisogno di vivere (e di sopravvivere), il secondo è il bisogno di amare e di essere amati, il terzo è il bisogno di dotare di senso, e il quarto è il bisogno di conoscere. Questa è l’ipotesi formulata da Acquaviva che spiega come questi bisogni sono collegati all’esigenza religiosa (4). Il senso, la vita, l’amore, e il conoscere, sotto l’aspetto teologico rappresentano qualcosa di indisponibile, di eterno e di universale. L’uomo trova nella religione la possibilità di sublimare, svincolare, e di rendere inesauribile ognuno di questi campi grazie all’incontro con Dio, che si presenta come l’Ente in grado di saziare la tensione infinita verso queste esigenze. Sono quattro pilastri che sono alla base della nostra vita, il bisogno di dotare di senso è necessario anche per utilizzare le parole, ma è necessario per la ricerca e per instaurare un ordine sociologico, mentre la vita, è da sempre accompagnata dalla voglia di vivere, e di sopravvivere, dalla voglia di essere e di esserci, così come l’amare ed essere amati è un processo che conduce verso l’eros, verso la ricerca di un nucleo di appartenenza, o verso l’intrinseco bisogno di avere degli scambi soddisfacenti. In ultimo abbiamo il conoscere,che perfino in tempi di acatelessia e nichilismo diventa un esigenza irrinunciabile: qualsiasi attività richiede in modo implicito o esplicito una conoscenza o una voglia di conoscere, se parliamo di un sapere tacito o esplicito poco importa, e non c’è differenza in questo caso tra qualcosa che riguarda la parte formale o informale.

L’inserimeto del divino in queste quattro dimensioni resta una condizione caratterizzante e nulla, se non la Rivelazione, può sublimare e soddisfare la tensione infinita che gira intorno a queste necessità. In ultimo dobbiamo convenire su un altro elemento caratteristico della religione, fondamentale e insostituibile: la sua facoltà di ri-legare la realtà, e di rispondere alle domande ultime. Bene e male, cielo e terra, vita e morte, eros e purezza, relazioni e solitudine, ricchezza e povertà, malattia e prosperità, individualità e collettività, azione e legge, sacrificio e ricompensa, persona e natura, sono concetti e quesiti che in ultima analisi trovano un collegamento una spiegazione e un orientamento verso ciò che li trascende, e che l’uomo può scorgere ante rem solo avvicinandosi alla prospettiva religiosa.

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