di Roberto Fiore (foto: instagram)
Nella saga Venezi, che vede il noto direttore d’orchestra scontrarsi ogni sei mesi con la raffinata elite di irreprensibili giudici di sinistra, l’accusa cambia di volta in volta. Oggi dicono, i critici, che Beatrice Venezi non ha le carte in regola per divenire direttore musicale del teatro La Fenice, dimenticando che la stessa è già stata criticata per le sue pretese posizioni politiche e contestata a Palermo da maestranze di sinistra e a Marsiglia da gruppi di antifascisti. La scusa di essere impreparata è improponibile: ha diretto in tutto il mondo (basta leggersi Wikipedia) ed ha conquistato, quando ancora non era conosciuta per il suo collegamento politico con il padre, all’età di 29 anni, uno dei primi posti tra i cento giovani leader del futuro, nella classifica di Forbes.
Vi è poi un’altra accusa che la descrive “figlia di un picchiatore fascista” (candidato sindaco per FN nel 2007) e quindi antitesi dell’immagine di un grande direttore d’orchestra (sic). Si crea così un’associazione ridicola, spesso fatta propria da magistrati e uomini politici, che fanno del fascismo non solo il male assoluto, ma qualcosa che si passa “per sangue”.
Vorrei ricordare che i più grandi direttori d’orchestra sono stati, nel Dopoguerra, persone con motivazioni chiaramente non liberal e non marxiste come Von Karajan, Furtwängler e il nostro Arturo Toscanini. La loro professionalità, considerata irraggiungibile, è un filone in cui Beatrice Venezi, come ogni altro serio direttore d’orchestra, si riconosce. Guardate la teatralità tedesca di Von Karajan, la teatralità italiana della Venezi e la sua capacità di coinvolgere l’orchestra e vedrete che c’è un filone musicale importante e da difendere: un filone non elitario, ma popolare. A questo lei si rifà. L’ aver scritto poi libri per bambini, per rendere appetibile la musica classica ai giovanissimi, è un qualcosa che conforta questa visione. Questa idea popolare della musica si coglie nel suo amore per Giacomo Puccini, anche lui nativo di Lucca, componente del Senato del regno nel 1924, quando muore, (quindi in odore di fascismo). Lei lo ricorda in una bellissima trasmissione e lo celebra a Lucca con l’Inno al sole scritto da Puccini ma, come molto sanno, collegato a esperienze politiche degli anni Sessanta-Settanta del Movimento Sociale Italiano.
Ma io non vedo tanto uno scontro tra due visioni al mondo, quanto una lotta importantissima che si sta svolgendo in questo momento in Italia e non solo, fra l’italianità, il talento, il carattere e la fede in contrasto con quello che è il Deep State ateo, apolide ed incolore, che si annida in tutte le grandi strutture politiche, economiche e culturali. Per tutti vale un esempio: nè Forza Nuova né nessun altro si è mai permesso di contestare la professionalità di un direttore d’orchestra come Oleg Caetani. Ma nessuno è andato a vedere di chi era figlio.
Ebbene il padre, anche lui direttore d’orchestra, è considerato il misterioso intermediario nel caso Moro; è stato considerato da alcuni come il grande vecchio delle BR e non è un quisque de populo, non è un candidato di Forza Nuova, ma è una persona che ha caratterizzato quell’intreccio fortissimo tra poteri forti, Brigate Rosse e Servizi segreti italiani e israeliani nel delitto Moro. Nessuno andrebbe a criticare Oleg Caetani, che sceglie questo cognome per evitare il cognome del padre, Markevic. Nessuno lo critica ma dobbiamo presumere, pensare, che sempre dal ’45 in poi, direi addirittura dagli Anni Settanta in poi, dopo il ’68 che rappresenta un crocevia di scontri e momento della vittoria delle incrostazioni liberal che formano il Deep State, in tutta l’Europa occidentale vengono occupate dal pensiero liberale marxista tutte le strutture culturali. Ricordo di aver incontrato, anni orsono, un ex ambasciatore sovietico a Parigi, al tempo dell’Unione Sovietica, quando questi andò a protestare per la nomina di Nureyev a premier maître de ballet del Balletto dell’Opéra di Parigi perchè considerato nella stessa Russia come famoso esponente gay. Il ministro della Cultura Francese gli rispose che non vi erano alternative: in Francia queste nomine vengono date o a sionisti, o ad omosessuali o a comunisti. Questo mondo, che si è perpetuato per decenni, oggi sta cedendo per implosione interna, soprattutto per quello che sta accadendo in Israele.
Oggi c’è bisogno di uomini e donne veri, che possano sostituire quel mondo decrepito con un mondo di talento, italianità e vitalità. Forse questa è la vera natura dello scontro.





In Italia la cultura è da settant’anni un feudo governato da una casta, ieri marxista e oggi liberal, che si perpetua attraverso clientele, nepotismi, baronati universitari e una fitta rete di legami editoriali e mediatici. E’ un mondo decrepito, che quanto più si impoverisce di idee e figure di spessore, tanto più si irrigidisce nel suo dogmatismo e nei suoi riti stantii.
Questa sclerosi culturale, unita a un’imperdonabile faziosità, non può che spingere artisti, registi, scrittori e giornalisti a voltare le spalle con sdegno alla sinistra e a rivolgersi naturalmente verso destra… solo che a destra non trovano un ambiente vitale in cui valorizzare la loro italianità e far sbocciare il loro talento, ma solo conformismo e bassa politica. Risultato: a gestire il potere culturale, al di là di una facciata destrorsa, è sempre lo stesso apparato burocratico e ideologico messo in piedi dai progressisti; ma questo apparato, nonostante le discriminazioni e gli attacchi contro chi non è omologato ad esso e malgrado l’inerzia di chi dovrebbe avversarlo, non può impedire alle donne e agli uomini migliori di questo Paese, come il direttore d’orchestra Beatrice Venezi o il pittore Giovanni Gasparro, di raggiungere livelli di eccellenza, anche in ambito internazionale.
L’arte della musica fiorisce nelle società gioiose. Nel buio di questi tempi i musicisti suonano come l’orchestra del Titanic mentre affondava.
Una nota a parte è la crisi della musica leggera dove la mancanza di nuovi compositori e virtuosi esecutori è dovuta alla limitazione che pone la SIAE al nascere di nuovi talenti.
Beh arrivare ad accostarla – sia pure solo in termini di professionalità – a personalità del calibro di Von Karajan, Furtwängler e Toscanini, tradisce un certo furore da follower, per dirla con una battuta.
Che poi Oleg Caetani abbia scelto questo cognome per evitare quello del padre, è una sua personalissima idea (faziosa, ovviamente).
Auguroni.