di Luigi Cortese

Oggi l’Aula del Parlamento europeo decide il destino politico e giudiziario di Ilaria Salis, l’eurodeputata italiana accusata in Ungheria di aver partecipato a un’aggressione ai danni di tre militanti di estrema destra.
Un voto che, al di là dei numeri, pesa come un giudizio sull’idea stessa di giustizia europea.

Il nodo è semplice, ma delicato: l’immunità parlamentare può coprire un reato commesso prima dell’elezione?
La legge dice di no, ma la politica — come spesso accade — tende a confondere i piani.

Tra diritto e battaglia ideologica

La questione, nata da un episodio avvenuto nel 2023, è diventata in breve tempo un caso politico.
Da un lato, la sinistra europea difende Salis come vittima di un sistema repressivo, usato dal premier ungherese Viktor Orbán per colpire il dissenso. Dall’altro, c’è chi chiede di separare le vicende giudiziarie dalle bandiere ideologiche: non si tratta di destra o sinistra, ma di rispetto delle regole.

Il PPE chiede coerenza, ma il voto sarà segreto

Il Partito Popolare Europeo, con in testa il presidente Manfred Weber, ha annunciato che voterà per la revoca dell’immunità.
«Siamo per le regole, non per la politicizzazione dei casi individuali» ha spiegato.
Anche Antonio Tajani ha ribadito la linea: «Voteremo contro l’immunità».

Eppure, a Strasburgo, nulla è mai scontato. Il voto sarà a scrutinio segreto, e c’è chi teme che — come già accaduto in Commissione Affari Giuridici — qualche deputato del PPE possa cedere alla tentazione di “ammorbidire” la propria posizione.
Un tradimento silenzioso, come lo definiscono in molti corridoi.

Numeri incerti, simboli pesanti

Sulla carta, la maggioranza che sostiene Salis — formata da socialisti, Verdi, Sinistra e parte dei liberali — non arriva ai numeri necessari.
Ma le assenze e i voti incrociati potrebbero ribaltare tutto.
In realtà, più che di matematica, qui si parla di credibilità politica: il Parlamento europeo può davvero permettersi di affermare che l’immunità è una scappatoia, un rifugio da vecchie accuse?

Il rischio è quello di un precedente pericoloso: un’Europa che difende la propria classe politica più di quanto difenda la legge.
E in tempi in cui la fiducia dei cittadini verso le istituzioni è già fragile, non sarebbe certo il segnale migliore.

Una questione di giustizia, non di schieramenti

Il caso Salis non è più solo un fascicolo giudiziario né una bandiera da sventolare.
È un test sulla capacità dell’Unione Europea di essere coerente con se stessa, di far valere il principio che tutti — anche un eurodeputato — sono uguali davanti alla legge.

Nessuno chiede vendetta, ma solo chiarezza.
E se la revoca dell’immunità servirà a permettere un processo regolare, con tutte le garanzie del diritto, allora non sarà un passo contro la democrazia, ma un passo verso di essa.

Oggi, a Strasburgo, si vota anche questo: se l’Europa vuole essere un luogo di impunità o di giustizia.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap