di Redazione
È stata presentata oggi a Strasburgo, dalla Commissaria europea per la parità Hadja Lahbib, la nuova Strategia LGBTIQ+ 2026-2030. Si tratta della seconda fase del piano “Union of Equality”, con cui la Commissione Europea intende estendere, consolidare e finanziare su larga scala le politiche per l’ “uguaglianza di genere e orientamento sessuale” in tutti gli Stati membri. Una strategia che, dietro il linguaggio dei “diritti” e della “non discriminazione”, punta in realtà a introdurre profondi cambiamenti culturali, educativi e giuridici in ogni settore della società: dalla scuola alla famiglia, dal web al mondo del lavoro, fino ai sistemi sanitari nazionali.
Cosa prevede la nuova Strategia
Nel documento ufficiale, di oltre venti pagine, la Commissione illustra un piano strutturato in tre pilastri: “Protect, Empower, Engage” (“Proteggere, Emancipare, Coinvolgere”). Sotto il primo pilastro, l’Europa annuncia un piano d’azione europeo contro il cyberbullismo, da adottare entro il 2026, mirato soprattutto alla protezione dei giovani LGBTIQ+ sui social media. Sempre in questo ambito, si propone di vietare in tutta l’Unione le cosiddette “terapie di conversione”, con l’obiettivo di uniformare la normativa degli Stati membri e sanzionare chi offre aiuto o sostegno psicologico alle persone che desiderano superare tendenze omosessuali o disforia di genere. Nel secondo pilastro, “Empower”, la Commissione punta invece a introdurre programmi educativi “inclusivi” nelle scuole di ogni ordine e grado, incoraggiando “ambienti che celebrino la diversità fin dall’infanzia”. L’UE annuncia anche una collaborazione con i Ministeri dell’Istruzione per scambiare “buone pratiche” e inserire nei curricula scolastici nuovi contenuti sulla diversità sessuale e di genere. A ciò si aggiunge il sostegno a progetti giovanili finanziati con i programmi Erasmus+ e European Solidarity Corps, destinati espressamente a promuovere la visibilità e i diritti LGBTIQ+. Sul fronte sanitario, poi, la Strategia propone la formazione del personale medico per rendere “inclusivi” i servizi di prevenzione, diagnosi e cura, con particolare attenzione all’HIV e alla salute mentale delle persone LGBTIQ+. Nel terzo pilastro, “Engage”, Strasburgo prevede una forte espansione dei fondi europei destinati all’Agenda Lgbt, portandoli — attraverso il nuovo programma “AgoraEU” — a 3,6 miliardi di euro, praticamente il doppio rispetto alla dotazione attuale. La Commissione afferma che tali risorse serviranno per finanziare ONG, campagne di comunicazione, iniziative locali e attività di advocacy. Tra le misure più controverse figura anche l’invito agli Stati membri ad adottare il regolamento sul riconoscimento transfrontaliero della genitorialità, che consentirebbe alle cosiddette “famiglie arcobaleno” di far riconoscere automaticamente in tutta l’Unione Europea atti di nascita e status di filiazione stabiliti in altri Paesi, anche nei casi derivanti da utero in affitto o procreazione artificiale.
I pericoli per famiglia e minori
Dietro i toni rassicuranti e le parole d’ordine sull’uguaglianza, si nasconde un progetto dall’impatto politico e culturale enorme. Il raddoppio dei fondi a 3,6 miliardi di euro rischia infatti di trasformare l’UE in una gigantesca macchina di finanziamento per ONG e lobby impegnate nella diffusione dell’ideologia gender. Mentre mancano risorse per agricoltura, natalità e famiglie – tanto per citare solo alcuni degli ambiti più in crisi – l’Unione pensa a stanziare miliardi per diffondere l’agenda Lgbt in scuole, media e amministrazioni locali. Ancora più preoccupante è il capitolo dedicato alle cosiddette “terapie di conversione”. La Commissione chiede di vietarle ovunque, ma ignora – come ha commentato in una nota Pro Vita & Famiglia onlus – che «le vere e uniche terapie di conversione oggi praticate in Europa sono quelle che spingono i minori verso percorsi di transizione di genere», con bloccanti della pubertà, ormoni e operazioni spesso irreversibili. Un approccio “affermativo” che, invece di curare la sofferenza, rischia di segnarla per sempre.
Nel mondo dell’educazione, la strategia promuove l’“inclusione” e la “diversità” come valori assoluti, ma altrettanto astratti che praticamente si apre la strada all’ingresso di attivisti e programmi ideologici nelle scuole, con l’obiettivo di “plasmare fin dall’infanzia” una nuova visione di identità e sessualità. Tutto ciò avverrebbe quindi a scapito della libertà educativa dei genitori, che rischiano di essere estromessi da scelte fondamentali sulla formazione dei propri figli. Infine, ma non per minore gravità, la spinta al riconoscimento della genitorialità per le coppie omosessuali rappresenta un attacco diretto alla famiglia naturale e al diritto dei bambini ad avere un padre e una madre. La proposta, infatti, aprirebbe la porta al riconoscimento automatico dei figli nati da pratiche quali utero in affitto, adozioni gay, procreazione artificiale per coppie di donne.
Fonte: Pro vita e Famiglia





Il pensiero gender (o LGBT che dir si voglia) afferma che l’identità sessuale è sostanzialmente un prodotto della società, un’acquisizione culturale, un risultato di credenze che un gruppo sociale (come la famiglia o la scuola) impone ad un altro (come i figli o gli studenti). In pratica, gli uomini sarebbero uomini perché condizionati da stereotipi maschili inculcatigli fin dalla più tenera età, così come le donne sarebbero donne in quanto precocemente educate ad assumere ruoli tradizionalmente femminili. E le innegabili (poiché chiaramente visibili) differenze sessuali tra maschio e femmina? Secondo questa ideologia si tratterebbe di differenze solo morfologiche, poco importanti e, comunque, correggibili con un’adeguata pratica chirurgica e ormonale. L’idea di fondo, quindi, è quella di affossare definitivamente la natura, di abolire la differenza binaria tra maschio e femmina per legittimare la fluidità sessuale: oggi sono uomo, domani donna e dopodomani chissà. Ma, se si accetta questo punto di vista, perché legittimare solo la fluidità sessuale e non anche quella di specie? Con che diritto questa società reazionaria e bigotta non mi riconosce come cane, gatto o albero se io tale mi sento? Perché mi vuole imporre a tutti i costi una natura umana con la quale non mi identifico? Ci sarebbe solo da ridere, ma purtroppo la cosa è seria.
Questa delirante teoria, inizialmente patrimonio di ambienti di nicchia e di gruppi minoritari, è diventata oggi un vero e proprio pilastro ideologico del pensiero unico dominante; è stata adottata come un cavallo di battaglia dai poteri finanziari, dalla politica e dalle lobby economiche occidentali tanto da condizionare pesantemente la cultura, i costumi e le legislazioni di un’intera parte del mondo, riuscendo ad anteporre le proprie priorità rispetto a qualsiasi altra esigenza sociale.
Poteva l’Unione Europea non fare propria questa ideologia e promuoverla con fanatico entusiasmo? Poteva il grottesco circo di Bruxelles fare a meno di mobilitare i suoi nani sodomiti, i suoi pagliacci trans e le sue ballerine arcobaleno in una guerra culturale contro i cittadini europei, una guerra volta a cancellare ogni tipo di identità? No, non poteva. Infatti, sta copiando gli attivisti liberal ed LGBT che negli Stati Uniti (almeno fino al ritorno di Trump alla Casa Bianca) sono stati in grado di portare avanti i loro piani di riprogettazione sociale grazie a una massiccia presenza di personaggi gender fluid nei media e all’imposizione di un asfissiante linguaggio politically correct nelle scuole e nelle università.
Nonostante tutti gli sforzi della UE, voglio credere che il nostro continente sia ancora un’Europa di nazioni. Voglio credere che la maggior parte delle nazioni europee possieda ancora un forte senso delle proprie tradizioni culturali e spirituali, anticorpi naturali contro certi volgari tentativi di colonizzazione ideologica.
veramente un ottima analisi. dura e cruda ma reale. sul “voglio credere” ahimè la speranza e la ultima a morire. si diceva.