di Luigi Cortese
A Torino le saracinesche abbassate ormai non fanno più rumore. Ce ne sono così tante che il silenzio è diventato il sottofondo di certe vie.
E allora il Comune cosa fa? Si affida a Bloomberg, una fondazione americana, per capire come “rigenerare” i quartieri e fermare la desertificazione commerciale.
Sulla carta suona bene: consulenza, innovazione, visione globale. Ma, sotto, c’è l’amara verità di una città che non sa più trovare dentro di sé le proprie soluzioni.
E così, nel nome della modernità, Torino si svende un altro pezzetto di anima.
La città che non si fida più di se stessa
Torino è una città che ha conosciuto la fatica, la fabbrica, la dignità del lavoro.
Una città che ha sempre saputo reinventarsi: dall’auto all’università, dai caffè storici all’arte contemporanea.
Ma oggi sembra aver smarrito quella fiducia in sé stessa che l’ha resa grande.
Affidarsi a Bloomberg per capire come riempire i negozi vuoti è come chiedere a un consulente di New York come fare la spesa al mercato di Porta Palazzo.
Non è questione di orgoglio: è questione di identità.
Perché se non crediamo di poterci salvare da soli, allora abbiamo già perso.
Airbnb, la ferita che sanguina nei quartieri
I numeri parlano chiaro: sempre più case diventano Airbnb, e sempre meno famiglie restano nei centri storici.
Le strade si svuotano, i negozi chiudono, e la vita quotidiana — quella fatta di sguardi, chiavi che girano, chiacchiere sul marciapiede — evapora.
Invece di mettere regole serie, Torino sceglie di “studiare il modello Bloomberg”.
Ma non serve una fondazione per capire che, se affitti tutto ai turisti, poi non resta più nessuno che viva davvero la città.
Airbnb non è turismo: è una lenta sostituzione. Di persone, di ritmi, di comunità. E mentre i trolley passano, le voci dei quartieri si spengono.
Rigenerazione? No, anestesia urbana
Parola d’ordine: rigenerazione. È bella da dire, fa scena nei bandi europei, nei piani urbanistici, nei convegni.
Ma la verità è che qui non si rigenera niente. Si maschera la crisi con un linguaggio elegante. La desertificazione commerciale non si cura con un progetto “pilota”, ma con politiche vere:
- affitti calmierati per chi vuole aprire,
- burocrazia snella per chi vuole provarci,
- incentivi per chi resta.
Senza questo, la rigenerazione è solo un lifting urbano: luci accese sulle piazze, ma dentro i palazzi resta il vuoto.
Torino, guarda chi sei
Torino è una città che ha ancora un’anima: si sente nei portici, nei tram che cigolano, nei bar dove la mattina si parla di tutto, dal Toro alle tasse.
Ma quella stessa anima oggi è in bilico tra la nostalgia e la svendita.
Quando la politica smette di credere nella propria gente e affida le sue città alle fondazioni, non è più politica: è amministrazione senz’anima.
Torino non può diventare la periferia elegante di New York.
Torino deve restare Torino — con le sue botteghe, le sue rughe, la sua dignità.
Le vetrine spente non si riaccendono con i comunicati
I comunicati stampa non fanno aprire i negozi.
Le “strategie” non riportano la vita nei cortili.
Ci vuole coraggio: di scegliere, di dire no alle mode, di credere ancora nei cittadini.
Torino ha bisogno di mani, non di consulenti.
Di idee nate nei quartieri, non nelle boardroom.
Perché ogni vetrina chiusa è una storia interrotta, un sogno che non ha più creduto di potercela fare.
E una città che non difende i suoi sogni, smette di essere viva.





Torino, città-fabbrica per eccellenza grazie al suo ruolo storico di capitale dell’industria automobilistica italiana, vent’anni fa si affidò all’amministratore delegato della Fiat Marchionne. Con quali risultati? Prima la delocalizzazione degli stabilimenti, poi il trasferimento all’estero della sede legale (quindi dell’imponibile fiscale) e infine, con il passaggio da Fiat a Stellantis, la città non è più nemmeno il centro della progettazione dei prodotti dell’azienda un tempo torinese. Fra parentesi, una classe politica dirigente seria avrebbe accondisceso a tale trasferimento solo dopo aver preteso e ottenuto la restituzione delle generosissime somme con le quali essa, attingendo alle tasche dei contribuenti, ha sovvenzionato l’azienda nel corso del tempo, permettendole di ingrandirsi e di fare utili da capogiro. Invece si è comportata come se lo Stato fosse una scala mobile, alla quale si può accedere per salire senza fatica, e dalla quale si può scendere in qualsiasi momento, secondo il proprio tornaconto privato.
Oggi Torino non adotta neppure quei provvedimenti di buon senso che suggerisci (affitti calmierati, meno burocrazia e meno oppressione fiscale) per fermare la desertificazione commerciale, ma si affida al podestà forestiero Bloomberg, novello salvatore (sì, proprio come Marchionne…). A riprova del fatto che il vero problema è la mancanza di una classe politica dirigente, sia a livello locale che nazionale, che sappia intervenire, non escogitando sempre nuove tasse, ma mettendo a punto strumenti legislativi e amministrativi per frenare la metastasi del capitalismo di rapina.