di Luigi Cortese
C’è un’immagine che oggi racconta tutto: Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, seduto dietro una scrivania spoglia, a fare i conti non con l’economia o la politica, ma con se stesso.
L’uomo che un tempo comandava in Europa, oggi è un detenuto. E non per un errore di protocollo o una leggerezza amministrativa: per corruzione, traffico d’influenze e, sullo sfondo, finanziamenti sporchi dalla Libia di Gheddafi.
Quella Libia che lui stesso ha contribuito a distruggere.
Il patto con il diavolo
Nel 2007 Sarkozy aveva fame di potere, di vittoria, di grandezza. E in quella corsa verso l’Eliseo — secondo i magistrati francesi — avrebbe accettato aiuti in contanti da Tripoli. Valigie di denaro, voli notturni, intermediari, ambasciate, tutto in una trama che oggi suona come un film noir, ma che ha le firme di chi allora governava due nazioni.
Poi, pochi anni dopo, lo stesso Sarkozy ordinò i bombardamenti sulla Libia. Gheddafi venne ucciso nel deserto, come un cane, e con lui sparì la memoria viva di un segreto scomodo: i soldi dati al presidente francese.
Ma i segreti, si sa, non muoiono mai davvero. Tornano. Sempre.
Il ritorno dell’ombra
Nel 2011, mentre Parigi applaudiva il “nuovo ordine” in Nord Africa, Gheddafi — negli ultimi messaggi prima della fine — gridava vendetta: “Sarkozy mi deve dire dove sono finiti i soldi!”.
Molti risero. Oggi, nessuno ride più.
Perché il cerchio si è chiuso: Sarkozy, l’uomo che credeva di poter scrivere la storia a suon di conferenze stampa e jet privati, è ora un condannato. Non simbolicamente, ma davvero — con sentenze, avvocati e braccialetti elettronici.
L’ex presidente e il peso del silenzio
C’è qualcosa di tragico, quasi letterario, in questa parabola.
L’uomo che si proclamava “il presidente del merito” è stato travolto dai suoi stessi meriti fasulli. Quello che parlava di libertà, ora vive controllato da un orologio giudiziario.
È come se il fantasma di Gheddafi, da qualche parte, bussasse piano alla porta della sua cella. Non per vendetta, ma per ricordargli che il potere senza verità è solo sabbia nel vento.
Una lezione per l’Europa
Sarkozy non è solo un caso giudiziario: è lo specchio di un’epoca. Di una politica che ha venduto l’anima al cinismo, all’ipocrisia, ai favori sottobanco.
L’Europa lo guardava come un modello di efficienza e pragmatismo; oggi lo osserva come si guarda un monumento crollato.
E forse — in fondo — è giusto così. Perché i popoli dimenticano, ma la Storia no.
E in quella cella, insieme a Sarkozy, c’è anche il fantasma di un continente che ha perso la sua innocenza.





Qualcuno , o meglio qualcuna , con le parole intrise di rabbia e di invidia ,
nel febbraio del 2008 , quando Carla Bruni sposò Sarkozy , borbottò , a denti stretti , che l’ex top model aveva voluto sposare , solamente , l’allora capo dell’Eliseo per passare alla storia come la moglie di un presidente della Repubblica . A quella malalingua , sicuramente , le saranno fischiate le orecchie quando avrà appreso la notizia del triste epilogo che la sorte ha riservato a Sarkozy , vittima delle leggi di uno Stato che egli stesso aveva rappresentato ed in cui , presumibilmente , credeva fermamente .
A noi non resta altro che . lasciare quella detestabile malalingua alla sua incontenibile gioia , e riflettere su come il fato si beffi della sorte degli uomini , elevando , a volte , gli infimi ed abbassando , a volte , gli eccelsi .
“E in quella cella, insieme a Sarkozy, c’è anche il fantasma di un continente che ha perso la sua innocenza”. Sì, la vicenda umana e politica dell’ex presidente francese – una sordida storia di ambizione sfrenata, corruzione e slealtà – sembra delineare la triste parabola dell’Europa, un continente che pare aver perso non solo la sua innocenza, ma anche la sua identità. Infatti, dopo le tragedie del protestantesimo, della Rivoluzione francese e del conservatorismo liberale ottocentesco, dopo le effervescenze rivoluzionarie e i totalitarismi del Novecento, che cosa resta dell’Europa tradizionale e cristiana? L’egemonia degli Stati Uniti – quintessenza dello spirito borghese, antitradizionale e massonico – e del liberalismo – elevazione dell’egoismo individuale a norma assoluta del vivere civile – ha ucciso definitivamente l’Europa, ridotta ormai alla parodia di se stessa, o le sue radici, profondamente sepolte, e rinnegate da chi avrebbe dovuto rivendicarle, ancora esistono e vivono?
Per la Destra europea largamente maggioritaria, sia nella sua versione moderata che in quella considerata estrema, non si può dire “radici cristiane dell’Europa” senza anteporre a “cristiane” l’aggettivo “giudaiche”. Questo filo-giudaismo – di solito confuso con il filo-sionismo, che rappresenta Israele non come uno Stato coloniale e genocida, ma come un coraggioso baluardo a difesa della “civiltà occidentale” – ha raggiunto un livello involontariamente comico quando, sei mesi fa, il presidente della Commissione europea ha affermato che i valori dell’Europa sono quelli del Talmud. Ohibò! Forse bisognerebbe informare la signora von der Leyen che nel Talmud, non solo viene coperto d’insulti e di maledizioni Gesù Cristo, ma si afferma a chiare lettere che qualsiasi comportamento scorretto e immorale, severamente proibito nei confronti degli ebrei, diventa lecito, buono e santo se messo in opera nei confronti dei goyim, dei non ebrei.
Invece, per la Destra tradizionalista e antigiacobina – invero assai minoritaria, e avente come propri intellettuali di riferimento il professor Claudio Mutti, lo storico Franco Cardini e l’esoterista francese convertito all’islam René Guénon – lo spirito della tradizione ha abbandonato l’Europa e, semmai, sopravvive in quella parte del mondo musulmano che lotta contro l’imperialismo statunitense e non si piega ai suoi disvalori. Quest’area, più culturale che politica, è incline troppo spesso a dimenticare che l’islam è stato il nemico storico proprio di quell’Europa tradizionale, cristiana e corporativa del Medioevo che dice di apprezzare; che all’interno del mondo musulmano vive un fondamentalismo che vuole distruggere quanto dell’Europa ancora rimane; che l’islam politico non può essere per noi un modello, ma un avversario, al pari del sionismo e dell’imperialismo anglo-americano.
In conclusione, anche se la sua decadenza si protrae da cinque secoli e le tribolazioni del presente sembrano escludere ogni speranza, credo che l’Europa non sia morta. Riguardo al suo futuro, prendo a prestito le parole di Tolkien:
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quei ch’è senza corona.