di Luigi Cortese

La Knesset approva in prima lettura l’annessione della Cisgiordania. Rubio avverte: “Così la pace muore un’altra volta

Il mondo si è svegliato con una notizia che sa di déjà-vu: Israele vuole prendersi la Cisgiordania.

Un voto tirato, 25 a 24, ma quanto basta per riaccendere l’incendio. La Knesset ha detto “sì” — almeno in prima lettura — all’estensione della sovranità israeliana su territori palestinesi già occupati da decenni.

Non è solo un atto politico: è un messaggio al mondo. E il messaggio è chiaro — Israele non si ferma, non ascolta, non arretra.

Netanyahu sfida tutti: “Non siamo vassalli degli Stati Uniti”

Il premier Benjamin Netanyahu ha voluto il voto proprio mentre in Israele si trovava in visita il vicepresidente americano JD Vance. Una provocazione ben calcolata, tanto che lo stesso Marco Rubio, segretario di Stato USA, ha gelato Tel Aviv:

“L’annessione è una minaccia diretta al piano di pace Trump.”

Tradotto: così distruggete ogni possibilità di equilibrio.

Netanyahu, imperturbabile, ha replicato che Israele “non è un vassallo” di nessuno. E in quella frase c’è tutto: la superbia di una potenza che si sente intoccabile, la convinzione che ogni mossa sia legittima solo perché sostenuta dalla propria forza.

La democrazia armata

Israele si racconta al mondo come l’unica democrazia del Vicino Oriente. E forse lo è. Ma è anche una democrazia armata, che da anni fa del confine un pretesto e dell’espansione una prassi.

Dietro il linguaggio pulito della legge — “annessione”, “sovranità”, “riassetto territoriale” — si nasconde la sostanza nuda e cruda del colonialismo.

Le colonie continuano a crescere, metro dopo metro, uliveto dopo uliveto, mentre i palestinesi vedono scomparire le loro terre come sabbia tra le dita.

E ogni volta che si parla di pace, arriva un decreto, una ruspa, un nuovo quartiere di coloni.

Il miraggio della pace

Ci hanno provato tutti: Oslo, gli americani, gli europei, perfino gli Emirati. Ma la pace con Israele è come l’orizzonte nel deserto: più ti avvicini, più si allontana.

Perché non si può costruire pace mentre si rubano pezzi di terra; non si può parlare di due Stati mentre uno solo decide dove l’altro può vivere.

Israele continua a chiamare “difesa” ciò che è dominio, “diritto” ciò che è imposizione, “necessità” ciò che è ambizione.

E intanto, ogni villaggio, ogni checkpoint, ogni muro racconta una verità semplice: il conflitto non è un incidente, è un progetto.

Solo un passo indietro può salvare il futuro

La pace nel Vicino Oriente — quella vera, fatta di dignità, convivenza e confini rispettati — non nascerà finché Israele non rinuncerà per sempre all’idea della “Grande Israele”.

Non serve un altro piano, non serve un altro summit, non serve un’altra foto con le strette di mano.

Serve un atto di coraggio: dire basta all’espansione.

Finché Israele continuerà a scegliere la forza invece della giustizia, ogni tregua sarà solo un intermezzo tra due guerre.

E la pace, quella vera, resterà un sogno che si dissolve all’alba, ogni volta che la Knesset alza la mano e vota “sì”.

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