di Luigi Cortese (foto profili Facebook di Marco Rizzo e Fabrizio Boron)
Una scorciatoia che sa di vecchia politica
Marco Rizzo è riuscito a entrare nella corsa per la presidenza del Veneto senza raccogliere una sola firma. Niente gazebo, niente banchetti, niente moduli firmati dai cittadini.
A spalancargli la porta è stato un atto formale, firmato dal consigliere regionale Fabrizio Boron, che gli ha permesso di presentare la lista di Democrazia Sovrana e Popolare senza dover passare per la trafila delle sottoscrizioni.
Un gesto definito “di partecipazione democratica” — così lo ha ringraziato lo stesso Rizzo — ma che in molti leggono come un colpo di mano, una di quelle scorciatoie che profumano di vecchia politica travestita da atto istituzionale.
Il mistero del simbolo e il ritorno degli ex indipendentisti
Dietro la deroga c’è anche la storia di un simbolo: quello che avrebbe consentito alla lista di evitare la raccolta firme. Un simbolo concesso da un gruppo di ex indipendentisti veneti, oggi confluiti in altre avventure politiche.
Insomma: una rete di conoscenze e di sigle, di vecchie relazioni e nuovi favori. Tutto perfettamente legale, certo, ma parecchio discutibile per chi si presenta come “l’alternativa al sistema”.
E qui nasce la domanda che molti si stanno facendo: come può un candidato anti-sistema, che parla di popolo e partecipazione, entrare in corsa grazie a un cavillo e a qualche mano amica dentro le istituzioni?
Quando la legge diventa un ponte (per pochi)
La legge elettorale consente certe deroghe, ma non per questo le rende più giuste.
L’idea che basti la firma di un consigliere per aggirare la volontà popolare — o almeno per evitarne la prova — mette un’ombra sull’intero processo democratico.
Non è un’accusa, è una constatazione: se la democrazia si misura con le firme raccolte tra la gente, allora questa è una democrazia a metà.
E a pensarci bene, l’episodio dice molto del nostro tempo politico: chi si proclama “contro il sistema” finisce per servirsi degli stessi strumenti del sistema per restare in gioco. È una parabola perfetta del nostro presente, dove la coerenza è merce rara e il potere, anche solo quello di evitare qualche firma, passa sempre dalle stesse mani.
Le domande che restano
Ora servirebbe un po’ di chiarezza.
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Qual è stato il percorso formale di quell’atto?
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Chi ha concesso esattamente il simbolo e con quale motivazione?
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E soprattutto: quante altre liste hanno avuto lo stesso “aiutino”?
Nessuno parla di reati, ma di opportunità sì. Perché tra un diritto e un favore corre un filo sottile, e quando quel filo si tende troppo, si spezza la fiducia dei cittadini.
In fondo, la politica è credibilità
Rizzo potrà dire che è tutto regolare — e probabilmente lo è. Ma la politica non vive solo di regole: vive di percezioni, di coerenza, di fiducia.
E questa mossa, più che un atto di libertà democratica, sembra un piccolo inciampo nella narrativa del “partito del popolo”.
Le firme non sono solo burocrazia: sono il simbolo del consenso vero, quello che nasce nelle piazze e nei bar, non nelle stanze dei consigli regionali.
E allora sì, Rizzo è in corsa. Ma la strada che ha preso per arrivarci racconta molto più di mille comizi.





Interessante domanda , su cui riflettere : il popolo non serve ?
Nei sistemi democratici rappresentativi , a quanto pare , serve sì , ma sino ad un certo punto . Del resto il secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione parla chiaramente :
“La sovranità appartiene al popolo , che la esercita nelle forme e nei LIMITI della Costituzione” . Il cittadino-elettore , con il suo voto , delega un altro cittadino a rappresentarlo in parlamento e costui , con il voto-delega del precedente , fa quello che meglio crede , infatti non è vincolato da alcun mandato imperativo .
Il mandato imperativo , a quanto sembra , aveva un forte sentore fascista ed i nostri padri costituenti decisero di dare al parlamentare piena libertà , non a caso l’articolo 67 della nostra carta costituzionale recita : “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” , ossia , il parlamentare rappresenta il popolo , ma è pienamente svincolato da esso , o meglio dal mandato che il popolo gli ha conferito attraverso il voto . In altri termini il candidato “Tizio Caio Sempronio” candidatosi nel partito degli “Arancioni” viene eletto in parlamento dai suoi elettori , tutti “arancioni” come lui , e tutti desiderosi che egli attui , una volta eletto , il programma del suo partito , così come solennemente promesso nella sua campagna elettorale . Almeno così dovrebbe essere , o meglio così credono in molti che sia , ma non è così . Infatti , “Tizio Caio Sempronio” una volta divenuto parlamentare scopre , dal risultato delle urne , che il suo partito andrà all’opposizione e che il partito dei “Celesti” andrà , in quanto vincitore , al governo . Ma , la maggioranza parlamentare di quest’ultimi è alquanto risicata e “Tizio Caio Sempronio” in virtù dell’articolo 67 della Costituzione , che gli consente di “tradire” il mandato e tutte le promesse elettorali fatte al suo popolo , contatta i “Celesti” ed in cambio di una “poltrona” passa dall’altra parte . Ciò a ben riflettere è un’eccellente scorciatoia per la sua ambiziosa voglia di potere . La legge glielo consente e lui ne approfitta ( il grande Totò avrebbe detto: “Chiamalo fesso ! ” ) .
Tutte le leggi , vigenti in Italia , devono essere pienamente conformi alla costituzione e lo scaltro legislatore , che sa il fatto suo , non si lascia , certamente , sfuggire l’occasione di fare leggi conformi , altrettanto pienamente , a questo meccanismo . Così le scorciatoie , non solo non troveranno mai le porte chiuse , ma aperte , anzi , del tutto spalancate .
E ritorniamo , pertanto , a riproporre ed a riflettere sulla domanda di prima , suggeritami dall’articolo di Luigi Cortese : il popolo non serve ?
Qual è il problema? Se il popolo voterà DSP è perché avrà creduto nel suo programa, brutto o bello che sia. Mai nessuno che si chieda, invece, se sia giusto o meno dover raccogliere migliaia di firme per presentarsi alle elezioni..e magari senza avere vidimatori amici. Questa sarebbe la Democrazia? Bella roba, veramente.