di Luigi Cortese
Le urne americane hanno parlato, e stavolta il messaggio è forte: la politica non è più una questione di idee, ma di volti.
New York ha scelto Zohran Mamdani, giovane, musulmano, di sinistra.
Nel Sud, due donne repubblicane hanno ribaltato roccaforti democratiche.
E Donald Trump, sempre al centro della scena, dà la colpa delle sconfitte locali al fatto che il suo nome non fosse sulle schede.
È il ritratto di un Paese stanco di ragionare, ma ancora affamato di emozioni.
Un’America che non vota più programmi, ma simboli.
New York cambia volto
La vittoria di Mamdani è storica, e in qualche modo inevitabile.
Rappresenta la nuova generazione delle metropoli: multietnica, digitale, idealista e arrabbiata.
È figlio di un tempo in cui l’identità conta più del contenuto, in cui basta “essere qualcosa” per diventare “qualcuno”.
Mamdani parla di uguaglianza, giustizia sociale, diritti per tutti e difende l’immigrazione. Lo fa da musulmano, lo fa da testimonial di Soros, lo fa in un epoca scossa e rovinata dal progressismo che sponsorizza. Eppure, la sua elezione, oltre alla festa del “nuovo che avanza”, solleva anche interrogativi profondi: fino a che punto una democrazia può aprirsi a ogni forma di rappresentanza senza perdere sé stessa?
Quando il pluralismo diventa frammentazione, e l’accoglienza si trasforma in perdita di radici, il rischio è che la convivenza scivoli in confusione, e qualcuno o qualcosa potrebbe approfittare del caos per instaurare un regima già conosciuto ed odiato in altre parti del mondo.
L’America che lo ha eletto è generosa, aperta, curiosa.
Ma anche fragile, disorientata, priva di bussola.
In un mondo dove tutti cercano di rappresentare qualcosa, nessuno sembra più sapere cosa rappresentare davvero.
Le due donne che non si arrendono
E poi ci sono loro: due donne repubblicane, determinate, concrete, arrivate dove pochi le davano vincenti.
Sono l’altra faccia dell’America: quella che non si riconosce nei grandi discorsi dei campus o nei talk televisivi, ma nelle strade polverose delle piccole città.
Quella che teme di perdere la propria identità, la propria fede, la propria storia.
La loro vittoria non è ideologica: è esistenziale.
È il grido di chi non vuole scomparire nel rumore del mondo moderno.
E anche se non portano soluzioni nuove, incarnano la sensazione diffusa che la politica sia diventata una lingua straniera.
Trump e il culto del nome
Trump resta Trump: accentratore, divisivo, ipnotico.
Ma anche lui oggi sembra vittima del personaggio che ha costruito.
Vede calare i consensi, teme le midterm e, di fronte alle sconfitte, punta il dito sulle schede: “Se ci fosse stato il mio nome, avremmo vinto”.
È la frase che dice tutto.
L’idea non conta più, conta la firma.
La politica americana è diventata un franchising, e il nome “Trump” è ancora un marchio potente, ma stanco.
Perché la fede cieca nei leader, come tutte le fedi cieche, prima o poi chiede un prezzo.
Il voto del vuoto
Mamdani, Trump, le due repubblicane: tre volti diversissimi, un’unica dinamica.
Tutti incarnano qualcosa, ma nessuno rappresenta davvero un’idea.
E il popolo americano — specchio dell’Occidente — continua a scegliere persone invece di progetti, emozioni invece di valori.
Si vota il volto che rassicura, o quello che scuote.
Ma non si vota più per cambiare le cose.
E così, lentamente, la politica perde senso: si trasforma in teatro, in narrazione, in intrattenimento.
La perdita della bussola
Non è un caso solo americano.
È il destino di un’epoca che non crede più nelle parole grandi: libertà, giustizia, comunità.
Le abbiamo consumate a forza di proclami e slogan.
Ora preferiamo guardare un volto familiare, anche se non sappiamo cosa rappresenti.
Ma la politica senza idee è come una casa senza fondamenta: basta il primo vento, e crolla tutto.
E quando il potere smette di essere servizio per tornare spettacolo, non resta che applaudire.
Fino all’ultimo atto.





Gli Stati Uniti stanno attraversando un cambiamento , chiaro preludio
ad un loro inesorabile declino . Eppure la potenza americana si era affacciata sugli scenari mondiali sotto i migliori auspici , ma nel volgere di pochi decenni non ci ha messo molto a passare dalle stelle alle stalle . Dette un significativo contributo nella fase finale del primo conflitto mondiale quando Woodrow Wilson , ventottesimo presidente degli Stati Uniti (1913 – 1921 ) decise di portare il suo Paese in guerra . Wilson dopo la vittoriosa conclusione della prima guerra mondiale disse che gli Stati Uniti avevano una missione : quella di redimere il mondo . Missione , che a ben riflettere , era alquanto impegnativa . Nella seconda metà del secondo conflitto mondiale entrarono nuovamente in guerra e , ancora una volta contro la Germania . Questa volta , però , il loro contributo fu determinante . Accentuarono , sin dal termine del conflitto , il loro dominio sugli Oceani (principalmente Atlantico e Pacifico ) ed in un breve lasso di tempo il loro PIL divenne il 50% di quello mondiale . Gli USA nacquero , a tutti gli effetti , come successore dell’impero britannico , ma , stranamente , non si sono mai autodefiniti un impero e , altrettanto stranamente , nonostante in Europa , in questo inizio secolo ed in quello trascorso , sono ed erano definiti il faro ed il baluardo della democrazia in occidente , la parola democrazia non compare né nella loro costituzione , redatta e firmata nel 1787 , e né nella loro dichiarazione di indipendenza del 1776 . Per buona parte del diciannovesimo secolo la schiavitù è stata perfettamente legale e , per buona parte del ventesimo secolo . la minoranza nera si è vista negata diritti , che noi oggi reputiamo fondamentali . Crogiolo multietnico e multireligioso sono stati attraversati da scossoni sociali e razziali che , però , non hanno intaccato le basi che fungevano e fungono da collante . Ma con l’avanzare , nel divenire dei decenni , di altre realtà economiche , a livello mondiale , per gli Stati Uniti sono iniziati i problemi di tenuta interna e quelli internazionali . Sugli scenari mondiali sono comparsi popoli che erano soliti far la guerra in maniera totalmente diversa da come la facevano gli Europei e per gli Stati Uniti è iniziata una lunga teoria di NON VITTORIE : la Corea , il Vietnam , la Somalia , l’Iraq , l’Afganistan . L’avanzata di nuovi protagonisti economici quali Brasile , India e Cina hanno rideterminato il PIL Statunitense in rapporto a quello mondiale che ormai costituisce , solamente , il 25% , rendendo così quel 50% degli anni ’50 e ’60 , del secolo scorso , un remotissimo e sbiadito ricordo da consegnare alla storia . Il collante sociale interno che cementava la tenuta sociale della popolazione statunitense è incominciato a venir meno e sono emerse divisioni e contrapposizioni . Nella missione “evangelica” , teorizzata da Wilson , agli inizi degli anni ’20 del secolo passato , ormai , non ci crede più nessuno , i fatti l’anno resa per quella che è , una mera utopia di un visionario galvanizzato dai successi militari del momento . Le realtà religiose statunitensi non comunicano fra di loro , sono immersi in comparti sociali e religiosi a tenuta stagna , inoltre , a fianco delle realtà cristiane ed ebraiche è emersa una nuova preoccupante realtà : quella islamica . L’elezione del nuovo sindaco di New York , il mussulmano Mamdani ne è piena conferma . Recenti e vari sondaggi hanno prima appurato e poi confermato che il 70% degli Statunitensi non crede più nel sogno americano , quel famoso american dream , tanto sbandierato nella letteratura e nella cinematografia statunitense che rendeva ogni americano orgoglioso di vivere in un Paese , senza pari nel mondo , che gli offriva condizioni di opportunità e di libertà più uniche che rare . Inoltre , stando questa volta dei dati di fatto , poco meno del 30% degli Statunitensi soffre di depressione ( attenzione non depressione come sinonimo di tristezza , ma come sinonimo di malattia) . E , senza dubbio tra costoro ci dovrebbero essere gli ex governanti , che un tempo abitavano il Congresso e la Casa Bianca , visto che , ad esempio , nel mondo gli USA stanno progressivamente rinunciando al tanto osannato dominio degli Oceani . Moltissimi passaggi , snodi , stretti e canali non sono più competenza degli USA , o se lo sono ancora , lo sono in maniera minore . Soffermandoci , molto brevemente solamente sugli ultimi due , possiamo affermare che lo Stretto di Taiwan , lo Stretto di Malacca , il Canale di Panama , lo Stretto di Barrow , il Bosforo ed i Dardanelli , il Canale di Suez , lo Stretto di Ormuz e lo Stretto di Bàh el Mandeb non sono più sotto il totale e pieno dominio degli USA , eccezion fatta per lo Stretto di Gibilterra . Trump , sembra uno dei primi presidenti statunitensi che l’abbia capito e vuole rinunciare all’impero per salvare la Nazione . Fare i gendarmi del mondo non conviene , non è più possibile , verosimilmente , non è stato mai possibile . Pura utopia , pura illusione . Clinton si illuse di poter addomesticare il grande dragone cinese , visto che era , ed è , impossibile da combattere , attirandolo a sé e facendolo entrare nell’economia mondiale . Si illuse confidando a vuoto nel potere dell’economia quale anticamera della “democratizzazione” , vendendo alla Cina tecnologia americana . La Cina è divenuta “la fabbrica del mondo” , una potenza economica in costante ascesa , che sta mettendo seriamente in pericolo quella statunitense , ma di democrazia neppure l’ombra . L’ennesima , quanto per certi versi inaspettata , mazzata militare ricevuta in Afganistan da una banda di straccioni armati alla meno peggio , quali sono i Talebani , ha portato a Trump a più miti consigli che lo hanno indotto a cercare un accordo con Putin sulla questione ucraina . Così , finalmente tutti , in Europa , hanno capito , una volta per sempre , che agli USA dell’Ucraina non interessa nulla . L’unico , che sembra che non l’abbia ancora capito , è il comico Zelensky , per il momento ancora riottoso a tornare in TV ed a far ridere , ammesso che sino ad adesso non abbia fatto altro . Ben presto lo capirà anche Taiwan , nello scacchiere orientale e , presto o tardi onde evitare la stesa situazione dell’Ucraina , non si attarderà di molto a bussare alle porte della Cina .
Infine Pechino che la propaganda statunitense e quella dei suoi servi europei la dipingono come il pericolo principale per l’occidente democratico . Ma , qualcuno , si è mai chiesto . ad esempio , quando ed in quale secolo la Cina è veramente stata un pericolo per noi ? Quante volte la Cina , ad esempio , ha invaso l’Inghilterra e l’Europa ? La risposta , a queste domande è , ovviamente , mai ! Di contro , quante volte l’Inghilterra e /o l’Europa hanno invaso la Cina ? La risposta è ben 3 volte . La Compagnia delle Indie esportava oppio dalla vicina India in Cina ed il governo imperiale cinese corse ai ripari proibendo il commercio di questa sostanza che causava tanti morti tra il popolo . L’Inghilterra vide questo provvedimento come un attacco alla propria sovranità commerciale ed invase parte della Cina , con una guerra (1839 – 1842) ben preparata che si concluse con l’annessione di Hong Kong . La Cina visto gli effetti deleteri sulla popolazione , dell’oppio , ripristinò il divieto del commercio di tale sostanza e ciò provocò una seconda guerra (1856 – 1860) che si concluse con l’arrivo dei Britannici a Pechino e con l’imposizione dei diktat commerciali inglesi . Ma i Cinesi si ribellarono alla presenza britannica e dettero vita ad una vera e propria rivolta , detta rivolta dei Boxer (1899 . 1901) . L’Inghilterra rispose con una coalizione occidentale , armata sino ai denti , formata , oltre che da soldati britannici , anche da Giapponesi , Francesi , Statunitensi , Tedeschi , Russi , Austroungarici , Olandesi , Belgi , Spagnoli e Italiani , quest’ultimi coordinati dal generale Coriolano Ponza di San Martino e resi operativi sul campo sotto il comando del colonnello Vincenzo Garioni . Il corpo di spedizione fu trasportato su alcune navi agli ordini del contrammiraglio Camillo Candiani . Agli inizi furono impegnati solamente 41 marinai , poi 100 uomini , poi 2000 combattenti ed infine , nella fase finale del conflitto , oltre 2500 uomini .
Questo nelle nostre scuole non si studia , ma nelle scuole cinesi sì . E noi , occidentali , ai Cinesi siamo ben poco simpatici . Gli Stati Uniti farebbero bene a rassegnarsi a perdere anche i dominio ( quel poco che gli è rimasto ) nei pressi di Taiwan e nei pressi del mare Cinese Meridionale ed a pensare ai propri problemi interni che , se ciò avvenisse , aumenteranno e , forse , incominceremo a vedere nei prossimi decenni non più in USA sindaci mussulmani , ma anche governatori mussulmani e , chissà perché no , anche candidati mussulmani alla casa Bianca . Allora il declino dell’aquila calva sarà completo e saremo autorizzati a parlare “ufficialmente” di crollo . Quanto descritto nell’articolo sono solamente una parte dei prodromi .
L’elezione del nuovo sindaco di New York ritrae alla perfezione quella che è la realtà della politica non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo occidentale.
Il “buon” candidato può anche non avere alcuna esperienza, può essere un perfetto sconosciuto fino a pochi mesi prima delle elezioni, può sostenere cose palesemente contraddittorie, può essere musulmano e favorevole al femminismo radicale, può dirsi socialista e godere dell’acquiescenza delle élite finanziarie; deve però essere fotogenico, brillante, deve avere una parlantina sciolta da telepredicatore, deve essere amico dei padroni dei conglomerati mediatici e venire invitato un giorno sì e l’altro pure negli studi televisivi per fare il suo bravo spot, certamente a favore di se stesso, ma soprattutto in ossequio alle direttive del potente sponsor – Alex Soros per Mamdani, Miriam Adelson per Trump – che ha messo a sua disposizione grandi mezzi finanziari per la campagna elettorale.
I partiti politici sono diventati – quello democratico e quello repubblicano negli USA lo sono da sempre – ricettacoli di interessi lobbistici tenuti insieme dalla narrazione costruita dagli spin doctor; macchine raccoglivoti caratterizzate da un logo privo di contenuti: non un manifesto politico credibile, non una dottrina economica alternativa, non un concetto capace di articolarsi oltre lo slogan da dépliant pubblicitario, nessuna capacità di costruire visioni, comunità, progetti, nessuna volontà di rinunciare all’applauso dettato dall’emozione del momento per seminare idee che germoglieranno domani.
I cittadini, la cui soglia di attenzione è sempre più ridotta dall’uso sconsiderato dei media digitali, tendono a conformarsi alla cosiddetta “opinione pubblica”, a sua volta instillata da mezzi d’informazione sempre più omologati agli interessi dei ceti finanziari globalizzati. Quasi tutti ripetono e credono di sapere le cose che sentono dire, senza effettuare alcun controllo sull’attendibilità delle notizie che vengono diffuse e sulla veridicità di affermazioni costantemente ripetute. Ciascuno pensa e dice quel che ha sentito dire; milioni di persone pensano e dicono le stesse cose, credendo che si tratti della verità, ma pochissimi esercitano una critica effettiva, pochissimi esprimono un pensiero diverso.
Chi detiene il potere sa bene che non s’inducono all’obbedienza i sudditi solo con l’esercizio della forza e con il ricatto del denaro, ma li si governa innanzitutto con i modelli culturali imposti, con le idee che vengono propalate e che si radicano nei cuori e nelle menti. Per questo sono convinto che – quantomeno per chi aspira a una trasformazione reale della società – impegnarsi nella battaglia culturale, contrastare le idee dominanti e provare a cambiare i paradigmi, sia una necessità strategica primaria, una precondizione della battaglia politica vera e propria.