di Diego Sen
Il DASPO, acronimo di Divieto di Accedere alle Manifestazioni Sportive, nasce nel 1985 con la legge n. 401 del 13 dicembre [1] , nel clima di paura e indignazione seguito alla strage dell’Heysel [2]. Quella tragedia, che costò la vita a 39 persone (di cui 32 italiane), fu uno shock collettivo. Lo Stato colse l’occasione per introdurre una misura “eccezionale”, presentata come necessaria alla sicurezza pubblica: la possibilità per un questore di limitare la libertà di un cittadino anche in assenza di una condanna penale. Uno strumento di sicurezza, dunque, ma anche un precedente pericoloso, con ogni probabilità creato intenzionalmente per i progetti futuri.
Ciò che doveva essere una misura di emergenza contro la violenza negli stadi, è diventato un modello di controllo amministrativo sempre più invasivo, strumentale e repressivo. Nel 2017, con il Decreto Minniti-Orlando [3], nasce il cosiddetto DASPO urbano. Diventa quindi un mezzo per allontanare persone indesiderate dagli spazi pubblici: senzatetto, artisti di strada, attivisti, manifestanti. Da strumento di ordine sportivo si trasforma così in uno strumeto di ordine sociale. Ora basta disturbare “il decoro” o “la quiete pubblica” per essere allontanati da un’area cittadina — senza processo, senza contraddittorio, senza difesa. Negli anni successivi, i vari governi ne hanno ampliato l’ambito di applicazione e la forza coercitiva. Con il Decreto Salvini (2018–2019) [4], il DASPO viene esteso a contesti di protesta: picchetti, blocchi stradali e manifestazioni. Con il Decreto Lamorgese (2021) [5] , durante il periodo pandemico, si arriva a colpire anche chi semplicemente partecipa a un raduno non autorizzato. Con il Decreto Caivano (2023)[6], l’estensione raggiunge nuovi ambiti legati al cosiddetto “decoro urbano” e ai “comportamenti devianti”. Il risultato è un strumeto amministrativo che può limitare le libertà fondamentali di un cittadino, deciso non da un giudice, ma da un funzionario dello Stato.
Durante la pandemia e nel periodo immediatamente successivo, il DASPO urbano è stato ampiamente usato per colpire il dissenso politico. Decine di cittadini, studenti, lavoratori e attivisti hanno subito provvedimenti analoghi. Molti di questi DASPO sono poi caduti nei vari TAR di competenza, ma la sospensione dei diritti, la perdita di lavoro e la stigmatizzazione pubblica sono rimaste, ma sopratutto sono rimasti in vigore per tutto il periodo interessato dal dissenso, quindi leggittimi o meno hanno completato la loro funzione repressiva.
Da misura di sicurezza in ambito sportivo, il DASPO si è trasformato in una forma di repressione amministrativa capace di colpire chiunque esprima dissenso fuori dai binari consentiti. Oggi, di fatto, regola la presenza dei cittadini nello spazio pubblico, decide chi può manifestare e chi no, chi può occupare un luogo e chi deve sparire. Ogni “emergenza” – sportiva, urbana, sanitaria o morale – è stata usata per ampliare il campo di applicazione e la discrezionalità dell’autorità amministrativa. In questo modo, uno strumento nato per la sicurezza si è progressivamente trasformato in un mezzo di controllo politico e sociale. Mentre si parla di legalità e sicurezza, il potere di allontanare, sospendere, zittire cresce silenziosamente.
Nel 2024, mentre diversi ricorsi e denunce contro l’uso improprio dei DASPO cominciavano a trovare accoglimento, il Parlamento ha abolito il reato di abuso d’ufficio, legge 9 agosto 2024, n. 114 [7]. Era la norma che poteva rendere un questore penalmente responsabile in caso di utilizzo ingiusto o strumentale della procedura. Oggi, un cittadino può vincere un ricorso e vedersi riconosciuta l’illegittimità del provvedimento, ma nessuno ne risponde sul piano penale.
Il funzionario che ha limitato la libertà di un individuo senza alcuna giustificazione nè motivazione tangibile, non è perseguibile in alcun modo. Un potere che non risponde a nessuna forma di responsabilità è, per definizione, potere
arbitrario.
Non serve più un tribunale, non servono più prove: basta un decreto firmato da un questore. Il DASPO è oggi il simbolo di una giustizia senza giudice, di una libertà condizionata all’obbedienza.
1. https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtatto.dataPubblicazioneGazzetta=1989-12-
18&atto.codiceRedazionale=089G0477&elenco30giorni=false
2. https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_dell%27Heysel
3. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/02/20/17G00030/sg
4. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/04/18G00140/sg
5. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/10/21/20G00154/sg
6. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/11/14/23A06292/sg
7. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/08/10/24G00122/SG




