di Luigi Cortese

Certe storie non hanno bisogno di effetti speciali. Ti arrivano addosso così, crude, e ti chiedi come abbiamo fatto a non vederle prima.
La vicenda di Timur Mindich è una di quelle: un uomo che viveva all’ombra del presidente, abbastanza vicino da accompagnarlo in auto blindata, abbastanza dentro da festeggiare compleanni, dividere palazzi, frequentare uffici dove il potere scorre come energia elettrica.

Mindich non è un cattivo da romanzo: è un tipo reale, con abitudini reali, amicizie ingombranti e una capacità quasi naturale di infilarsi nelle stanze giuste al momento giusto. Per anni è stato il “Carlson” delle carte giudiziarie: quello che non vedi, ma c’è sempre; quello che non compare nelle foto ufficiali, ma decide chi entra dalla porta principale.

Ora la procura dice che muoveva fili grossi — quelli dell’Energia, della Difesa, dei contratti che valgono milioni. E lo faceva sfruttando un rapporto con Zelensky che era tutto fuorché marginale. Non è difficile immaginarli insieme: uno giovane, lanciato verso la presidenza; l’altro con vent’anni di navigazione nelle acque torbide dell’imprenditoria ucraina.

Quando scoppia lo scandalo, Zelensky lo scarica come si fa con un sacchetto che scotta. Sanzioni, decreto, distanza immediata.
È umano, in fondo: quando la barca prende fuoco, ognuno salva prima di tutto sé stesso.

Ma dietro Mindich ci sono altri volti.
Come Ihor Fursenko, un uomo che probabilmente non avrebbe mai immaginato di finire sui giornali: dirigente in un’azienda energetica, poi improvvisamente manager di una società che costruisce missili da tre mila chilometri di gittata. Un tipo che si sarà seduto migliaia di volte al suo tavolo di lavoro, convinto di restare un tecnico, e invece ora si ritrova al centro di una storia più grande di lui.
Poche ore dopo la sua audizione in tribunale, i missili che la sua azienda producevano venivano lanciati davvero. Il destino gioca spesso con una crudeltà impeccabile.

E mentre tutto questo succede, il governo di Kiev continua a ripetere la formula della trasparenza, della lotta alla corruzione, della pulizia morale.
Ma gli ucraini — quelli comuni, quelli che fanno la fila per il pane o per ritirare il passaporto — lo sanno meglio di tutti: la corruzione, nel loro Paese, non è mai andata in vacanza.
Nonostante la guerra, nonostante le bandiere europee issate sui balconi, nonostante le telecamere puntate.

E noi europei? Tutti lì ad applaudire

Sessantasei miliardi di euro.
Una cifra che nella vita di una persona normale non compare nemmeno nei sogni.
Eppure sono finiti lì, in un Paese che lotta per sopravvivere, sì, ma che allo stesso tempo continua a convivere con un sistema marcio da decenni.

È umano voler aiutare.
È umano schierarsi con chi subisce un’aggressione.
Ma è altrettanto umano pretendere che quei soldi non vadano a ingrassare i soliti noti, gli amici degli amici, i “Carlson” di turno.

In Europa, però, è come se nessuno avesse il coraggio di dirlo.
Si teme di sembrare “contro l’Ucraina”, quando in realtà sarebbe solo essere a favore della verità.

La verità, nuda e con le occhiaie

La realtà è che l’Ucraina sta combattendo due guerre: una contro l’esercito russo, l’altra contro sé stessa.
La prima la vedi nei notiziari.
La seconda la leggi nei faldoni delle procure.

E noi, qui, continuiamo a mandare soldi, armi, sostegno politico, senza mai fare la domanda più semplice del mondo:
“Siete sicuri che tutto questo stia finendo nelle mani giuste?”

Mindich, Fursenko, i ministri influenzati, gli appalti truccati, i compleanni nei palazzi di lusso: sono tasselli di un Paese reale fatto di persone, debolezze, silenzi, compromessi.
Non di slogan.

E finché l’Europa continuerà a chiamare eroismo ciò che spesso è solo opacità ben confezionata, l’Ucraina non riuscirà mai a liberarsi davvero dei suoi fantasmi.

La guerra finirà, un giorno.
Ma certe abitudini, certe amicizie, certi intrecci… quelli rischiano di durare più di qualsiasi missile.
Anche dei Flamingo.

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