di Redazione
Per la prima volta è stata ottenuta una gravidanza grazie all’uso dell’intelligenza artificiale e della robotica per “scovare” rarissimi spermatozoi in casi estremi di infertilità maschile. A darne notizia la rivista scientifica The Lancet, che riporta i dettagli di un metodo sperimentale sviluppato al Columbia University Fertility Center: il risultato è stato salutato da molti come una “svolta”, ma resta, nella sostanza, un esito di procreazione medicalmente assistita (Pma), oltre che un possibile primo passo verso il rischio di una deriva eugenetica. Ma capiamo perché.
Il caso clinico
La notizia riguarda una coppia che cercava di avere un figlio da diciannove anni: lui affetto da azoospermia (assenza o quasi di spermatozoi nel liquido seminale), lei reduce da numerosi cicli di stimolazione e tentativi senza esito. Nel test clinico, l’intelligenza artificiale ha analizzato milioni di micro-immagini del campione seminale e ha individuato appena due spermatozoi vitali, gli stessi che dopo sono stati impiegati per fecondare due ovociti, generando due embrioni e avviando la gravidanza. Il punto essenziale, al netto del clamore, è che parliamo di un singolo caso documentato: una prova di fattibilità, non una dimostrazione di efficacia clinica su larga scala e soprattutto si parla pur sempre di una tecnica che ha come base la Pma.
Il metodo Star
Il sistema si chiama STaR (Sperm Tracking and Recovery) e integra tre elementi: un sistema di “imaging” ad altissima velocità capace di catturare milioni di fotogrammi in tempi strettissimi; un algoritmo di intelligenza artificiale che segnala in tempo reale la presenza di spermatozoi vivi in mezzo a un “mare” di detriti cellulari; un chip microfluidico con micro-canali sottilissimi che isola la parte utile del campione, mentre un braccio robotico estrae il singolo spermatozoo per l’uso in fecondazione in vitro o per la crioconservazione. È una tecnologia ispirata anche a tecniche dell’astrofisica, presentata dagli autori come prima applicazione clinica con gravidanza confermata, ma resta un dispositivo di laboratorio che abilita una procedura di Pma, non una cura dell’infertilità.
Il nodo etico e l’eugenetica
Chi soffre di infertilità merita rispetto e prossimità, ma proprio per questo non si può accettare che la risposta diventi la fabbricazione tecnica e in laboratorio della vita. Anche con l’AI, la procreazione medicalmente assistita continua a implicare produzione, selezione e possibile scarto di embrioni, oltre a iperstimolazioni e carichi invasivi sulla donna. L’algoritmo, dunque, non risolve il problema morale: lo sposta, lo “ottimizza” e per certi versi rischia di amplificarlo. È legittimo chiedere prudenza scientifica — il risultato pubblicato è un case report, e la stessa letteratura sulla selezione “avanzata” degli spermatozoi con microfluidica non ha mostrato, finora, benefici clinici robusti — e soprattutto trasparenza totale sugli esiti: quanti embrioni sono stati creati, congelati, scartati e con quali criteri? Ancora di più, l’ingresso dell’AI nei passaggi decisivi della generazione apre scenari di eugenetica di fatto: se oggi l’algoritmo trova la cellula “giusta” o gli spermatozoi “vivi” , domani potrebbe perfezionarsi nella selezione dei tratti, trasformando il figlio in un progetto su misura — colore degli occhi, altezza, caratteristiche “gradite” — secondo logiche da catalogo incompatibili con la dignità umana. La tecnologia, quindi, non corregge la natura: pretende di sostituirla. E quando la potenza tecnica cresce più in fretta della coscienza, è doveroso fermarsi.
Fonte: ProVita e Famiglia





Il progresso tecnico – in questo caso si parla dell’intelligenza artificiale applicata alla genetica, ma il discorso vale in ogni altro ambito – ci viene presentato come un fatto ineluttabile, come un qualcosa che dapprima entra nella vita di un numero limitato di persone, poi inevitabilmente comincia a diffondersi, a estendersi a macchia d’olio, a occupare spazi sempre più grandi, fino a coinvolgere l’intera società, estromettendo tutto ciò che non è funzionale ad esso o che può ostacolarne la continua e illimitata crescita… Ma le cose stanno davvero così?
Innanzitutto, il progresso, se evitiamo di darne una definizione ideologica, indica qualunque movimento in avanti, e questo non è necessariamente un bene – se ci trovassimo sul ciglio di un burrone, il nostro andare avanti sarebbe un suicidio – e tantomeno un destino al quale non si può sfuggire – niente ci impedirebbe di fermarci e tornare indietro.
Quanto alla tecnica, essa è un mezzo, e come tale ci dice ciò che può essere fatto, ma non ci dice nulla su ciò che è giusto o è sbagliato fare, non ci dice quali fini dobbiamo perseguire e quali dobbiamo evitare. Di conseguenza, per quanto sia arduo tracciare una chiara linea di demarcazione tra l’uso appropriato e quello improprio degli strumenti tecnologici, è impossibile fare a meno dell’etica o pensare di sostituirla con la tecnica, è assurdo ritenere che una cosa sia lecita solo perché è tecnicamente possibile farla.