di Gloria Callarelli

Nella notte tra il 28 ed il 29 maggio 2013 Alma Shalabayeva e la sua bambina di sei anni vennero prelevate dalla loro casa di Casal Palocco a Roma e portate in Questura. Ufficialmente la donna fu trovata in possesso di un passaporto falso: nel mirino doveva esserci il marito, Mukhtar Ablyazov, ex ministro delle finanze kazako, sospettato di attività terroristiche in realtà rivelatesi totalmente inesistenti.

Ma tant’è. All’epoca la donna venne comunque prelevata nel pieno della notte, trattenuta in questura e due giorni dopo rimpatriata con la figlia. Si parlò di vero e proprio “rapimento di Stato” e oggi, a distanza di anni , i giudici della Corte di Appello di Firenze, ribaltando in secondo grado le decisioni dei giudici di Perugia, hanno condannato gli alti funzionari di polizia Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni, Renato Cortese e Vincenzo Tramma, accusati di sequestro di persona.

Allora a Perugia dissero che “il fatto non sussiste” arrivando ad assolvere tutti gli imputati. Oggi il verdetto che di fatto conferma l’ipotesi del cosiddetto “rapimento di Stato”, portando alla condanna dei cinque funzionari di polizia.

Incredibili le parole che emersero allora. Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, che oggi è finito sotto inchiesta per le stragi del ‘92 ed è coinvolto nel fatto assieme al Pm Eugenio Albamonte, perchè entrambi firmatari del provvedimento di espulsione, dichiarò: “Ci siamo convinti, più che mai, che il documento era falso e dopo nove anni mi chiedo ancora come sia possibile affermare il contrario, con un passaporto che riporta un nome diverso e che fosse nostro dovere concedere il nulla osta (per l’espulsione ndr). A quel punto il P.M. Eugenio Albamonte ha dettato alla mia segretaria il nulla osta e, per noi, la storia finisce lì. Resto convinto della falsità del documento e non ho mai capito perché quel giorno gli avvocati non abbiano chiesto l’asilo politico”. Quel “ci siamo convinti che il documento era falso” fa tutt’oggi rabbrividire e spiega bene come mai si parlò, nella sentenza di condanna di primo grado, di “palese violazione dei diritti fondamentali della persona umana”.

L’accusa per Pignatone, oggi, rispetto alle stragi del ‘92 è pesantissima: favoreggiamento aggravato dall’avere aiutato Cosa Nostra. Ad indagare sull’ex procuratore della Repubblica di Roma è Caltanissetta che sta vagliando i fatti rispetto all’insabbiamento del caso mafia e appalti, vera origine, secondo molti, dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino. A parlarne in particolare i familiari dello stesso Borsellino che bollano la pista dell’estremismo di destra (ormai piste sempreverdi, utili in tutte le stagioni), che fece uscire Report, come ennesimo caso di depistaggio. In realtà il magistrato sarebbe stato eliminato proprio per impedirgli di indagare sulle infiltrazioni mafiose nei grandi appalti. Tutto questo, udite, udite, mentre si annuncia il ponte sullo Stretto, tanto voluto da Salvini: un affaire che vede i super poliziotti De Gennaro, Francesco Gratteri e il magistrato Prestipino a tavola discutere di aziende da coinvolgere, o meno, e di inchieste in corso proprio inerenti il ponte sullo Stretto. Lo stesso Prestipino, per altro, guarda un po’, braccio destro di Pignatone e a sua volta accusato nel filone dell’inchiesta del ‘92 per aver firmato anche lui i provvedimenti della cosiddetta smagnetizzazione delle intercettazioni e la distruzione dei brogliacci. Provvedimenti contenuti nel decreto di archiviazione con tanto di aggiunta a penna proprio dallo stesso Pignatone. Il quale nell’interrogatorio sul caso disse: “si faceva così all’epoca”. Secondo l’accusa si faceva così sì, però, solo nel caso di una ventina di questi provvedimenti.

Un vero porto delle nebbie. Per ritornare al caso della Shebalayeva, confermata la colpa dei cinque poliziotti, viene da chiedersi: perché il processo non ha visto imputati anche gli stessi giudici Pignatone e Albamonte, così come i cinque esecutori di Stato appena condannati? Furono loro, infatti, a firmare il provvedimento di espatrio della donna checché ne dicano i giudici di primo grado che pur condannando i funzionari parlarono di Procura “tratta in inganno”. Per la Procura generale, invece, nelle persone di Sottani e Cicchella, errori del genere non sono, potremmo dire, “credibili” in giudici di quella esperienza e dunque salta all’occhio l’ipotesi che “Questi funzionari hanno voluto compiacere quello che veniva chiesto dall’ambasciata kazaka e il ministero dell’Interno che (ndr) ha seguito questa vicenda fino all’espulsione, è sempre stato sul pezzo”.

Perché questa fretta di compiacere il Kazakistan e perché questa eclissi di giustizia che non vede sedere sul banco degli imputati i big name Pignatone e Albamonte è un mistero. Un mistero di Stato. Un mistero, purtroppo siamo abituati, tutto italiano.

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