di Gloria Callarelli

Imperativo: criminalizzare. E l’importante è che si faccia in nome del patriarcato, del femminismo globalista, del pensiero unico, di una vile ipocrisia e magari da qualche caldo salotto borghese. Criminalizzare, crocifiggere e poi costruire teorie, riempire pagine di giornali-amici, tutti più o meno allineati alla narrativa di sistema e poi inventare notizie, racconti, inchieste, prima ancora di esaminare i fatti, capire come è andata, portare prove.

Va prima, ovviamente, tirato fuori lo scandalo, il “caso”. Vende di più, poi, se ovviamente tra i protagonisti mettiamo quei cattivoni “neri”. Attenzione: parliamo dei “neri” della cosiddetta estrema destra, gli unici “neri” che possono essere diffamati e che possono riempire le cronache. Per tutti gli altri, poverini, c’è l’inclusione.

E quindi, subito dopo lo stupro ai danni di una giovane ragazza romana, violentata e violata pochi giorni fa davanti agli occhi del suo ragazzo inerme da tre africani, ecco che scoppia il caso “politico”: la lista “stupri” del liceo romano Giulio Cesare. Ed è subito caccia ai fantasmi e al presunto nuovo “mostro”. Obiettivo: far dimenticare la violenza “immigrata”, spostare l’attenzione da quello che è il vero fatto criminale che coinvolge i tre stranieri e che ha indignato l’intera capitale e tutta Italia. L’ennesimo caso di impossibile integrazione. L’ennesimo caso di profonda barbarie. L’ennesimo, per altro, frutto di politiche anti italiane e razziste nei confronti degli italiani stessi. Lo scopo è nascondere ipocritamente sotto il tappeto, ancora una volta, gli errori di una classe politica ormai sempre più scollata dalla realtà e la violenza che si respira ogni giorno nelle nostre città preda ormai di sbandati e accattoni di ogni tipo.

Il globalismo, il sistema, deve difendere sè stesso, i suoi fallimenti e le sue impurità e lanciare la croce addosso a giovani che lottano per un ideale, piuttosto che a delinquenti che non hanno che fare nel nostro Paese se non occuparlo, compiere crimini, spaventare, loro sì, i nostri figli, le nostre donne e le nostre famiglie. Mentre il popolo tutto non riesce più a sopportare soprusi e delinquenza di ogni tipo, commessi per la stragrande maggioranza da persone che vengono nel nostro paese regolarizzati e accolti indefessamente, la politica parlamentare, la magistratura deviata, i giornali prezzolati provano a spostare l’obiettivo, a individuare un nuovo colpevole. Goffamente. E il sistema è sempre lo stesso: è il famoso algoritmo per cui occorre colpevolizzare chi vuole fare il saluto romano o bisogna sciogliere Forza Nuova per le legittime proteste alla CGIL (anche se il 9 ottobre è stata chiara l’infiltrazione di Stato e la non colpevolezza degli imputati), magari incarcerarne i dirigenti, anche se non hanno nemmeno messo piede nella sede del sindacato, accusarli di ogni e diffamarli senza ritegno, senza contraddittorio, nelle testate giornalistiche e nelle trasmissioni TV dell’informazione mainstream perchè così fan tutti.

Da colpevolizzare è, in fondo, l’idea. E’ l’idea in sè che fa paura. Così come l’idea che la gioventù sana, pulita, di valori non debba passare nel mondo globalista di oggi dove fa più figo drogarsi, essere inclusivi e lavorare da McDonald. Da colpevolizzare è l’idea che si possa sconfiggere questo sistema marcio e malato fatto di mazzette, interessi e soprusi. Da colpevolizzare è l’idea che l’Italia possa tornare a essere grande, a difendere le sue tradizioni, a liberarsi da invasori di ogni sorta. Da colpevolizzare è l’idea che siamo orgogliosi di essere italiani e di difendere le nostre tradizioni, la famiglia, il lavoro. La Patria. Dobbiamo essere senza radici, i nostri maschi devono mettersi il rossetto, dobbiamo essere succubi di chi ci vuole deboli, meticciati e senza una storia rigogliosa. Difendiamo i nostri ragazzi, difendiamo la verità. Gli altri non accetteranno mai la nostra idea: per questo non accetteranno mai noi. Per questo continuano a farci la guerra. Ma il popolo è con noi e lo sanno. Per questo hanno paura, per questo hanno già perso.

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