di Mattia Taricco
Di notizie relative alle prevaricazioni di gruppo contro persone inermi, ormai da anni, ne leggiamo ogni giorno. Ci si indigna sui social, si fanno trasmissioni televisive, si registrano impennate di letture e ascolti, ma tutto rimane sterile, fine a se stesso.
Non parliamo poi della politica, che sfrutta il fenomeno per propaganda elettorale con slogan e proclami, salvo poi non fare nulla di concreto per arginarlo.
Manco hanno idea di ciò che lo origina davvero.
Secondo il sottoscritto, la conditio sine qua non per affrontare e risolvere qualsiasi problema è capirne le cause profonde. Una volta comprese quelle, anche i castelli di carte crollano.
Una delle ultime notizie riguardanti un’aggressione da parte di maranza, che ha suscitato forte risentimento nell’opinione pubblica, è il caso dell’accoltellamento di corso Como a Milano, che ha lasciato invalido il ragazzo colpito.
Un’altra riguarda lo stupro di gruppo ai danni di una diciottenne a Roma, da parte di un gruppo di magrebini, con il fidanzato circuito e costretto ad assistere.
Parliamo proprio di questo: non credo che questa nuova forma di barbarie tragga origine dall’ignoranza, dalla povertà o dalla mancanza di opportunità, come spesso ci raccontano.
È un dato di fatto che le seconde generazioni di immigrati, che compongono circa il 90% delle baby gang, sono educate dal nostro sistema scolastico come tutti gli altri, da maestre e professori politicamente correttissimi e progressisti. E nella stragrande maggioranza dei casi hanno anche la cittadinanza: quindi, le stesse (poche) opportunità di tutti.
Questa barbarie nasce dal vuoto emotivo, dall’assenza totale di valori a cui aggrapparsi, al punto da considerare l’altro quasi come un essere non senziente.
Quando una vicenda simile, anche a livello di reazione popolare o di intervento sul posto, non provoca alcun sussulto nell’animo, siamo davanti a qualcosa che va oltre la semplice crudeltà.
La crudeltà, per quanto aberrante, presuppone almeno una motivazione, una relazione — seppur distorta — con l’altro. Qui invece la persona viene trattata come un oggetto.
La morale nasce dal riconoscimento del volto dell’altro: quando la sua vulnerabilità o la sua forza ci smuovono e comprendiamo di condividere la stessa fragilità di esseri umani.
Ma quando anche questo sguardo interiore si spegne, accecato dal più bieco egoismo, che cosa accade?
Qualcuno dirà che queste cose sono sempre esistite, che la delinquenza è sempre stata parte del mondo. Ma dissento su un punto etico fondamentale: un tempo chi compiva il male sapeva di farlo, avvertiva il peso della consapevolezza. Oggi regna un’anestesia morale tale che questi ragazzi nemmeno si rendono conto di sbagliare. E non se ne preoccupano minimamente.
I giornali poi parlano sempre di ragazzi di buona famiglia, di genitori increduli, di situazioni familiari o sociali ordinarie.
Il problema non è l’educazione mancata, ma l’educazione sbagliata.
Le scuole insegnano a includere, a non discriminare, a integrarsi e adeguarsi al pensiero comune. Ma quanti insegnano a pensare con la propria testa?
Lo abbiamo visto durante il Covid, con la guerra in Ucraina, con il genocidio in Palestina: pensare autonomamente, per la scuola, sembra sempre sconveniente.
Il branco poi offre un’illusione seducente: la forza, l’appartenenza, la certezza di essere nel giusto perché “lo fanno anche gli altri”.
Ma dietro quella patina si nasconde una debolezza enorme: l’annullamento dello spirito critico e del pensiero individuale.
Complici la cultura del crimine, visto come unica via d’uscita al lavorare per sopravvivere — tipica narrazione liberale — e l’ipocrisia del politicamente corretto, che genera sfiducia negli educatori, ecco nati i nuovi carnefici inconsapevoli.
Ragazzi che feriscono perché il gruppo lo pretende, che si vantano delle violenze come fossero trofei, senza mai chiedersi: “È giusto? È davvero questo ciò che sono?”
Ai ragazzi va trasmesso il concetto di “branco” per ciò che è davvero: lo scudo dietro cui i deboli si nascondono.
Va spiegato il coraggio di dire no mentre tutti gli altri dicono sì.
E va accettato che pensare con la propria testa comporta spesso il prezzo di restare soli o fuori moda. Ma è necessario farlo.





Pienamente d’accordo con l’autore dell’articolo quando scrive: “Il problema non è l’educazione mancata, ma l’educazione sbagliata”. A mio parere, l’educazione sbagliata è quella che tende ad eliminare del tutto la disciplina, in nome di una chimerica “autoeducazione” che nessun ragazzo è realmente in grado di imporsi; è l’idea che i doveri siano solo imposizioni ipocrite che soffocano la spontaneità e la libera espressione dell’individuo; è l’anti-pedagogia del ’68, che nega ipocritamente ogni gerarchia e per la quale chiunque osi dire “no” a qualcun altro non può che essere un reazionario, un tiranno, un fascista. Il risultato è uno stravolgimento dei ruoli naturali: in famiglia, con genitori che fanno gli “amici” dei figli, invece di educarli ad affrontare la vita da persone responsabili; a scuola, con docenti la cui priorità non è insegnare ad alunni e studenti l’italiano, la matematica, la storia, la geografia e le scienze, ma è distruggere il loro senso critico, è indottrinarli con utopie egualitarie, in apparenza traboccanti bontà e tolleranza, in realtà cariche di odio e desiderio di rivalsa.
Apro una parentesi per segnalare una curiosa inversione dei ruoli in ambito politico: i marxisti, assertori di una visione materialistica della storia, hanno sempre posto ogni cura nella conquista dell’egemonia culturale – cosa di cui beneficiano ancora oggi i loro eredi della sinistra fucsia e arcobaleno -, così ammettendo, sia pur implicitamente, che il motore della storia sono le idee, non l’economia; mentre i moderati, spesso d’ispirazione cattolica, che in teoria dovrebbero leggere il reale in termini essenzialmente spirituali, di fatto si sono concentrati nella gestione degli affari e del potere, perdendo la presa sui valori morali e sul modo di pensare e di sentire delle persone comuni. Chiusa parentesi.
Per quanto riguarda, quindi, il problema dei maranza e dei baby-gangsters, è vero che la sua causa – oltre che alle scriteriate politiche immigratorie e alle ancor più scriteriate norme per la concessione della cittadinanza – è da ascriversi a un demenziale progetto educativo, perseguito in modo sempre più frenetico, nel corso delle ultime due o tre generazioni; ma è altrettanto vero che esso è sintomo di una società ormai giunta, per così dire, al capolinea. Che razza di società è mai, quella che ha paura della violenza di un branco di coglioni e non osa adoperare la forza di cui dispone, nemmeno nei casi più legittimi? Non la si dovrebbe neppure chiamare società, dato che è più simile a un accampamento provvisorio in cui vige la legge della giungla e in cui impera il ricatto dei corifei del politicamente corretto, che sono sempre dalla parte dei più deboli… salvo non esser capaci, per strabismo ideologico, di comprendere chi siano realmente, oggi, i soggetti più deboli.
Decenni di buonismo, di garantismo a senso unico, di alibi sociali riconosciuti ai delinquenti, ci hanno infiacchiti, ci hanno resi pavidi, ci hanno abituati a tollerare un po’ troppo. Dobbiamo imparare un po’ di durezza. Dobbiamo capire che una società degna di questo nome, una società che non voglia essere preda del primo venuto, deve sapersi difendere. Dobbiamo pretendere che, a fronte di una delinquenza più aggressiva, anche le forze dell’ordine siano più aggressive, che la magistratura sia più severa nell’applicare le leggi e che “la difesa è sempre legittima” diventi una realtà fattuale, non uno slogan elettorale a uso dei gonzi.