di Luigi Cortese
C’è stato un tempo in cui pronunciare la parola Europa faceva pensare a un futuro migliore. Oggi, invece, suona come un’eco che non risponde più. Un po’ come bussare a una porta che fu reggia e ora è solo un vecchio portone che cigola.
L’Unione Europea si è trasformata in un club elegante, sì, ma senza alcuna forza reale: un salotto dove si parla molto e si decide poco, mentre fuori il mondo corre, pretende, esplode.
Un’unione che non riesce più a fare un passo insieme
Si vede negli occhi dei suoi leader: stanchi, incerti, quasi intimiditi dalla grandezza delle sfide.
Vertici su vertici, promesse ripetute come mantra, ma nessuno che riesca davvero a prendere per mano un continente confuso.
Ci si illude che bastino le dichiarazioni per tenere tutto insieme, ma la verità è che ogni Stato tira dalla sua parte, ognuno con le sue paure e i suoi conti da mettere a posto.
L’Europa che doveva unire, oggi fatica persino a parlarsi.
L’Ucraina, dolore e simbolo del fallimento europeo
E poi c’è l’Ucraina. Un popolo trascinato in una guerra devastante, abbracciato dall’Europa con slancio emotivo e buone intenzioni, ma senza una strategia vera.
Bruxelles ha promesso armi, soldi, protezione. Ha creduto che bastasse “esserci”. Ma esserci non è abbastanza quando dall’altra parte c’è un colosso geopolitico come la Russia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Ucraina si è trovata a combattere una guerra più grande di lei, e l’Europa si è ritrovata a sostenere qualcosa che non poteva reggere. Non per cattiveria. Per fragilità. Per ingenuità.
Per quella incapacità cronica di guardare in faccia la realtà.
Un continente che paga il conto
E mentre l’Europa cercava di fare la superpotenza, i suoi cittadini pagavano la differenza: bollette alle stelle, inflazione che morde gli stipendi, imprese che arrancano, famiglie che tagliano su tutto tranne che sulla speranza.
Le sanzioni dovevano piegare Mosca; hanno piegato soprattutto noi.
E il paradosso è amaro: nel voler salvare un popolo, l’Europa ha ferito sé stessa.
Tornare padroni di casa propria
A questo punto una domanda sorge spontanea, quasi naturale: non sarà il momento di tornare a decidere da soli?
Non si tratta di isolarsi, né di chiudere le frontiere a doppia mandata. Si tratta di recuperare la dignità di ogni singolo Stato, quella capacità di scegliere e sbagliare — ma con la propria testa, non sotto dettatura di una burocrazia lontana e impersonale.
La sovranità non è un feticcio del passato. È un modo per dire: se devo pagare il prezzo, almeno voglio essere io a scegliere il conto.
Un progetto che va ripensato, non rattoppato
L’Europa non è da buttare. Ma così com’è, non regge più.
È un edificio nobile, ma pieno di crepe. Continuare a rattopparlo serve a poco. Serve una ristrutturazione vera, profonda, onesta.
E forse l’Ucraina, con il suo dolore e le sue speranze tradite, ci sta dicendo proprio questo: che non possiamo più raccontarci favole. Che serve il coraggio di cambiare strada, anche se quella vecchia era comoda da guardare sulla carta.
Perché un continente che vuole contare nel mondo non può limitarsi a sopravvivere: deve tornare a vivere. E per farlo ha bisogno di ritrovare la sua anima — quella che, da troppo tempo, l’Europa ha smarrito nei corridoi brussellesi — e trasformarsi finalmente da un’Europa finanziaria e bancaria in un’Europa di popoli, che guardi dal Portogallo agli Urali e riconosca nella Russia non un nemico da abbattere, ma un popolo fratello da cui ripartire.





L’Europa non ha smarrito soltanto la sua voce: ha smarrito la sua anima. L’ha smarrita perché ha, scientemente e deliberatamente, reciso le proprie radici cristiane. Sottolineo: scientemente e deliberatamente. Perché la secolarizzazione e la laicizzazione del Vecchio Continente non sono state il risultato di una tendenza “naturale” della sua cultura e della sua sensibilità, ma il frutto di un disegno ordito e gestito dalle consorterie massoniche e dall’alta finanza. Massoni e usurai tentano da sempre di sradicare il Cristianesimo dall’Europa, di spegnere quel meraviglioso soffio religioso che ha dato vita alla sua civiltà, poiché sanno benissimo – sono malvagi, non stupidi – che esso costituisce un ostacolo insormontabile alla realizzazione del loro piano più ambizioso: fare dell’Europa la base di lancio per imporre, su scala mondiale, il totalitarismo dei mercati finanziari, cioè il dominio incontrastato di banchieri e grandi investitori internazionali, il cui potere verrebbe esercitato tramite un governo globale di tecnocrati distinti e distanti dai popoli ad essi sottomessi. La UE rappresenta una tappa fondamentale di questo disegno criminoso. Ecco perché giudico irriformabili le sue istituzioni e ne auspico la completa distruzione.
Però da qualche anno, complice la guerra in Ucraina, il mondo non è più avviato a diventare un unico mercato globalizzato. Gli euro-fanatici si vedono minacciati dal netto cambio di passo dell’amministrazione statunitense e dalla sorprendente resilienza della Russia sul piano militare, politico, economico ed ideologico, nonché dal consolidarsi di un mondo multipolare che ha il suo architrave nell’asse russo-cinese e nei paesi facenti parte dei BRICS; ma questi pazzi criminali, invece di prendere atto della realtà, tentano di trasformare il loro fallito esperimento istituzionale in una metastasi bellica.
In prospettiva, sul piano spirituale, credo che l’Europa, se vuole vivere e non semplicemente sopravvivere, debba innanzitutto riscoprire la sua identità cristiana, il suo indissolubile legame con la religione che ha conosciuto e abbracciato per secoli, che ha plasmato il suo stesso sentire, pensare e agire. Per l’Europa, il Cristianesimo non è un’esperienza dalla quale si può tornare indietro come se nulla fosse, non è come un abito che ci si può togliere per poi indossare qualcos’altro; è una di quelle esperienze – così come ve ne sono anche nella vita dei singoli individui – che lasciano il segno per sempre, al punto che liberarsi da esse equivarrebbe ad autodistruggersi.
Sul piano politico, agli euroinomani che vagheggiano un super Stato europeo dissolutore delle Nazioni, si deve replicare con la proposta di una molteplicità di Stati nazionali che riconoscano e valorizzino le autonomie locali al proprio interno e che siano disposti a riunirsi – solo se lo vogliono e senza mai rinunciare alla loro sovranità – in una Confederazione a livello europeo. Quindi non un ritorno al passato, ma qualcosa che sino ad oggi sembrava difficilmente conciliabile: sovranità nazionale e federalismo all’interno, sovranità nazionale e Confederazione a livello europeo.