di Luigi Cortese

La guerra non è fatta solo di bombe. È fatta di scelte. E alcune non fanno rumore, ma pesano più di un’esplosione. Bonifici firmati lontano dal fronte, protocolli scritti in uffici silenziosi, milioni che viaggiano mentre le persone restano ferme.
È lì che l’inchiesta “Odessa Connection”, andata in onda su Report, ci prende per il bavero e ci costringe a guardare.

L’Italia ha messo sul tavolo circa 47 milioni di euro per la ricostruzione di Odessa. Una cifra importante, pronunciata con parole nobili: solidarietà, aiuto, futuro. Ma quando Report scende sul terreno, quelle parole iniziano a tremare. Perché Odessa non è solo una città ferita dalla guerra. È anche un porto antico, un crocevia di potere, affari e criminalità. Un luogo dove, da decenni, politica e malaffare si sfiorano come vecchi conoscenti.

Al centro del racconto emerge Gennadiy Trukhanov, ex sindaco della città. Un uomo che parla italiano, che frequenta l’Italia, che si muove con disinvoltura nei salotti istituzionali. Un uomo potente, discusso, più volte finito sotto inchiesta per corruzione. Non un nome qualunque. Attorno a lui, una rete di relazioni, consulenti, intermediari. Tra questi, anche Attilio Malliani, indicato come referente italiano nei rapporti di cooperazione.

Non si tratta di proclami o di narrazioni costruite a effetto. A parlare sono i documenti, gli atti giudiziari, le testimonianze. E soprattutto emerge un clima preciso. Quello di una città in cui la criminalità organizzata ucraina non è un’astrazione, ma una presenza storica e radicata: nei porti, nella logistica, nell’edilizia, nei flussi di denaro. Non sempre visibile, ma costantemente sullo sfondo. Come una corrente scura che scorre sotto la superficie.

Nessuna accusa urlata. Nessuna sentenza. Ma vicinanze pericolose, contiguità ambientali, rapporti che in un Paese normale imporrebbero prudenza estrema. Qui, invece, sembrano essere accettati come parte del paesaggio. Ed è questo che inquieta di più: la normalizzazione del rischio.

I fondi italiani finiscono anche in progetti simbolici, come il restauro della cattedrale di Odessa, veicolati attraverso organismi internazionali. Iniziative che parlano al cuore, alla cultura, alla memoria. Ma Report ci ricorda che la bellezza non basta a garantire la pulizia dei processi. Senza controlli reali, senza vigilanza continua, anche la buona fede può diventare complice.

E mentre questi milioni attraversano confini e zone grigie, in Italia accade altro. Accade che imprese chiudono, che bollette divorano bilanci, che interi settori produttivi vengono messi in ginocchio dalle restrizioni verso la Russia. Scelte politiche presentate come inevitabili, ma mai accompagnate da una vera protezione del tessuto economico nazionale.
Qui non arrivano fondi. Qui arrivano solo spiegazioni.

È questo il punto umano, prima ancora che politico. Uno Stato che riesce a essere generoso lontano e avaro vicino, che trova risorse per contesti ad alto rischio e nega ossigeno a chi lavora, produce, resiste ogni giorno sul territorio italiano. Non per cattiveria, forse. Ma per cecità. O peggio, per abitudine all’obbedienza.

“Odessa Connection” non ci dice cosa pensare. Ci chiede qualcosa di più faticoso: assumerci il dubbio. Chiederci con chi stiamo davvero camminando quando firmiamo certi assegni. Domandarci se aiutare senza controllare sia ancora aiuto, o solo un modo elegante di lavarsi la coscienza.

La guerra finirà.
Le città, forse, verranno ricostruite.
Ma il modo in cui spendiamo oggi i soldi pubblici dirà molto di chi siamo stati.

E di chi abbiamo deciso di salvare.

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