di Diego Sen
L’idea di reintrodurre la leva militare continua a riaffiorare ciclicamente nel dibattito pubblico, come un vecchio riflesso condizionato che torna ogni volta che i fatti di cronaca riguardano le nuove generazioni. Questa volta, però, non è la “leva obbligatoria” il perno della discussione: il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha parlato esplicitamente di un modello “su base volontaria”, pensato, almeno nelle intenzioni dichiarate, per irrobustire il senso civico e rafforzare il legame tra cittadini e Forze Armate o come dichiarato dallo stesso Ministro sottrarre i giovani “ai tentacoli delle mafie”.
Una proposta che, se osservata con un minimo di attenzione, rivela un corto circuito politico e sociale piuttosto evidente. Assistiamo ad una narrazione, volutamente edulcorata, accostata, come puntualmente accade sui media, alla retorica febbricitante degli ultimi anni, quella che insiste nel dipingere un’Europa
sull’orlo del conflitto permanente che tenta di spostare, un centimetro alla volta, la finestra di ciò che la popolazione percepisce come “lecito” e distrarre dalle numerose criticità interne che affliggono il nostro paese. Un clima in cui ogni intervento, ogni dichiarazione, ogni dato sembra dover convergere verso un’unica conclusione: preparare psicologicamente la popolazione alla guerra, favorendo la russofobia anche a costo di utilizzare i giovani come pedine narrative. Ultimo esempio su tutti le dichiarazioni del Gen. Dragone sulle possibili azioni preventive di guerra ibrida.
Ma questa rappresentazione, oltre a essere discutibile sotto il profilo etico, è anche completamente
scollegata dalla realtà delle Forze Armate moderne. L’Esercito, la Marina e l’Aeronautica non sono
e non devono diventare, depositi di personale da formare alla buona in qualche mese e non possono
essere utilizzate per porre una pezza alle carenze delle famiglie e del sistema istruzione nell’educazione sociale dei giovani. Un soldato professionista richiede motivazione, costanza e anni di addestramento che necessitano di risorse economiche ingenti. Pensare che l’arrivo di giovani non realmente interessati alla carriera militare, magari attratti da un’esperienza “volontaria” di pochi mesi, possa contribuire alla prontezza operativa è semplicemente illusorio. Sarebbe, anzi, uno spreco enorme: formare per poche settimane una persona che non entrerà mai in servizio o ci entrerà male significa mettere in pericolo persone, sottrarre fondi e strutture a chi serve davvero.
L’esercito moderno ha bisogno di professionisti, non di ragazzi catapultati dentro un ruolo per soddisfare una narrazione politica. Se si volesse davvero costruire qualcosa di utile per il Paese, la strada sarebbe un’altra: un servizio civile obbligatorio, non volontario. Un percorso moderno, serio, formativo, che non abbia lo scopo
di sfiorare la retorica militare, ma quello di creare cittadini più preparati e una società coesa e identitaria. Un servizio basato su disciplina, responsabilità e continuità, non sul mito nostalgico della caserma. E strutturato a moduli brevi, ripetuti nel tempo, sul modello del servizio civile svizzero [2]: così da permettere ai giovani di continuare a studiare o lavorare, restando nel proprio territorio, senza subire la sospensione forzata che caratterizzava la leva del passato. Niente “sacrifici” inutili, niente anni persi: solo un impegno civile che diventi parte naturale della vita.
Una sorta di Protezione Civile adeguatamente finanziata e riorganizzata, capace di formare decine di migliaia di giovani alla gestione delle emergenze, alla logistica, al primo soccorso, alla comunicazione operativa, all’assistenza alla popolazione, alla prevenzione dei rischi. Elementi fondamentali per un Paese fragile dal punto di vista idrogeologico, sismico, climatico e sociale. Una rete di cittadini addestrati ai livelli base,
pronti a intervenire quando servono numeri, non specializzazioni estreme. E una risorsa strategica
che oggi è garantita quasi esclusivamente dalle associazioni d’arma, preziose ma con un’età media
troppo alta e numeri troppo esigui, per costituire una risposta realmente valida in situazioni di emergenza estesa. Ecco perché parlare di “leva militare volontaria” è fumo negli occhi.
La vera priorità oggi è duplice: un servizio civile obbligatorio, utile alla società e formativo per i cittadini, e un sistema di selezione snello e meritocratico per chi vuole davvero servire nelle Forze Armate. Solo così si può evitare di trasformare l’arruolamento in un esercizio propagandistico e restituire dignità a un settore che ne ha disperatamente bisogno. Anche perché, parliamoci chiaro: la difesa popolare della Patria, pur riconosciuta come dovere nella Costituzione, non può essere davvero imposta ai cittadini se non esiste, nelle nuove
generazioni, uno spirito autentico di attaccamento al territorio, di senso civico e di appartenenza. E non si può pretendere che una generazione che ha visto, decine e decine di volte, i propri diritti costituzionali calpestati, possieda in modo naturale quei valori che la stessa Costituzione sancisce come fondamento della vita repubblicana.
Temo, purtroppo, che in assenza di questi valori morali, rendere obbligatoria la difesa armata rischierebbe soltanto di generare migliaia di diserzioni nel momento del bisogno. Nessuno difenderà la propria terra se, prima, non si sente radicato, parte viva della comunità nazionale e responsabile del suo destino.





In realtà, il ministro Crosetto è opposto alla leva obbligatoria, poiché le dichiarazioni sue e di altri dello stesso circolo, sono in favore di un esercito detto moderno formato da cosiddetti professionisti, come secondo le impostazioni del “dopo leva” e per le impostazioni di Difesa tioiche dei giorni di oggi, tra cui proprio le guerre di pace,che, in realtà, dirottano milioni e milioni destinati alla Difesa verso l’acquisto di armi statunitensi o commesse aziendalistiche internazionali e di partecipazione in ambito Nato e di cui le stesse aziende italiane hanno quote di partecipazione.
Come affermava un responsabile di un partito di destra finlandese, che all’inizio ed anni prima della guerra in Ucraina, si opponeva anche all’entrata nella NATO, la Finalndia aveva(ed ha) una formazione militare obbligatoria,che sarebbe stata messa in pericolo dai fondi destinati a “missioni di pace” come fatto dai Paesi NATO, tra cui l’Italia, dirottando la maggior parte dei fondi a cosiddette missioni di pace all’estero, sottraendoli alla tradizione finalndese di formazione militare obbligatoria.
Si capisce, quindi, che il vero nemico della leva obbligatoria sia in realtà la sottrazione di fondi regalati invece alle aziende statunitensi e sprecati nelle cosiddette missioni di pace all’estero.
L’impostazione dovrebbe essere, invece, quella di introdurre una formazione, anche militare, dei nostri giovani,che non significa per forza la leva dei decenni passati, senza nulla togliere all’istruzione, compresa quella universitaria, ed anzi, costituendo un plus nella formazione umana, identitaria della popolazione nazionale.
A parte ciò, è molto visibile questa impostazione di divisione del mondo in due parti, come durante la guerra fredda, come se volessero tenere la società in ostaggio di questa impostazione, che oramai è fuori dal mondo,creando nemici “per forza” laddove non c’erano.
L’espressione “leva volontaria” è una contraddizione in termini. La leva (o leva militare) è l’obbligo legale per i cittadini di prestare servizio nelle forze armate; pertanto, non può essere volontaria.
L’uscita del ministro Crosetto non è quindi una proposta realistica, ma serve a saggiare le reazioni degli italiani all’eventuale ripristino del servizio militare obbligatorio, ed è parte di una tendenza più generale in Europa, dove, alla luce degli eventi in Ucraina, si riaffaccia l’idea della necessità di un esercito di leva. Per essere pronti a far guerra alla Russia, in Germania, i volontari che si arruolano dovranno essere almeno 20/30mila all’anno entro il 2030, altrimenti il Parlamento potrà decidere di procedere con la coscrizione obbligatoria tramite sorteggio. Per lo stesso motivo, in Francia, il capo di Stato Maggiore, Fabien Mandon, ha detto che le famiglie transalpine devono essere disposte a soffrire economicamente e a perdere i propri figli (sic!).
In questo clima di bellicismo, gli stessi che hanno sempre tessuto le lodi della globalizzazione a guida americana, gli stessi che per decenni hanno tempestato le coscienze con l’inesistenza dei confini e delle patrie, gli stessi che hanno distrutto ogni appartenenza comunitaria e territoriale, improvvisamente si scoprono animati da uno spirito guerresco e patriottardo e non vedono l’ora di approntare un po’ di carne fresca a difesa dei “valori” della NATO e della UE.
Personalmente, invece di riaprire le caserme e riempirle di giovani, riaprirei i manicomi e li riempirei di tutti questi guerrafondai da salotto.