di Simone d’Aurelio
Sono in pochi a comprendere gli effetti della religione sotto il profilo psicologico, antropologico e comunitario. Possiamo constatare come il continente europeo stia diventando la culla dell’ateismo e del nichilismo, mentre le istituzioni religiose si mostrano sempre più deboli, incerte ed escluse dal panorama sociologico, culturale e legislativo. Senza mezzi termini, possiamo dire che le religioni sono ormai realtà sempre più storicizzate, confinate ai margini della collettività, e che viverle e sperimentarle, tanto sul piano individuale quanto su quello comunitario, diventa ogni giorno più difficile. Ciò che è stato dimenticato, e che non viene nemmeno lontanamente preso in considerazione, sono le conseguenze della religione, che in sostanza orientano ogni azione dell’uomo e dei popoli verso la vita.
I principali comandamenti religiosi, infatti, sono tutti orientati al benessere dell’umanità: da un lato prescrivono determinati comportamenti, dall’altro vietano specifiche azioni, ma ogni norma, positiva o negativa, è legata alla difesa dell’esistenza. Nel caso delle proibizioni, possiamo pensare al divieto, condiviso da più fedi, di rubare, uccidere, frodare, mentire, abusare e fare del male al prossimo. Si tratta di comandamenti che mirano a preservare la vita degli altri e della comunità, riducendo al minimo qualsiasi forma di danno psicologico, morale e fisico tra i suoi membri.
Sul versante opposto, le norme teologiche più comuni invitano ad amare il prossimo, aiutare il bisognoso e il povero, difendere il debole, soccorrere l’orfano e la vedova, onorare il padre e la madre: principi che diventano le fondamenta sociali di rapporti distesi, fiduciari e orientati al reciproco aiuto e alla sopravvivenza collettiva. Il rispetto e l’amore per la legge celeste costituiscono, in sostanza, una realtà necessaria per restituire prosperità alla terra e ai suoi abitanti. La santità del comportamento, fondata sul perdono, sull’umiltà, sulla disciplina e sulla ricerca di una retta coscienza, ci porta a diventare lavoratori instancabili del bene, capaci di lasciare sempre spazio alla speranza e alla difesa della dignità umana.
La stessa sessualità, codificata tra uomo e donna e vincolata all’interno di una promessa e di una benedizione divina, è orientata alla stabilità dei rapporti sociali e alla sopravvivenza della specie, mentre l’omosessualità viene considerata un peccato che viola le leggi della natura e della vita stessa, in quanto atto totalmente anti-procreativo. La guerra contro l’usura, inoltre, è una battaglia contro la dissoluzione: un’economia fondata sugli interessi tende a sfiancare e annichilire il prossimo. La lotta contro l’aborto nasce da una matrice religiosa che rivendica il primato della vita, così come il netto rifiuto dell’eutanasia afferma che il vivere non può essere ridotto a una semplice scelta, ma rappresenta un principio non negoziabile.





D’Aurelio mette giustamente in risalto l’importanza fondamentale della religione in tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva. D’altronde, è evidente che, così come un frigorifero pieno e uno smartphone di ultima generazione non possono rappresentare una risposta adeguata alla domanda di senso e di speranza della singola persona, neanche il profitto economico e un illusorio benessere materiale possono essere l’elemento unificatore di patrie, nazioni e genti diverse, cioè non possono costituire la base di una civiltà: tanto la ricerca del senso della vita quanto le radici profonde di una civiltà, sono un fatto essenzialmente spirituale e religioso. E le radici della civiltà europea affondano nel Cristianesimo, in particolare nel Cattolicesimo; tagliandole, l’Europa si è votata al suicidio.
La verità – con buona pace di massoni, illuministi e neopagani – è che l’unico sistema valoriale dimostratosi in grado di resistere alla sfida dei secoli e delle trasformazioni sociali, è quello cristiano; avergli deliberatamente voltato le spalle per inseguire i “falsi miti di progresso” di una cultura materialista, è stato un grave errore che sta portando gli europei all’estinzione e alla sostituzione, come dimostrano l’inverno demografico che stanno attraversando e l’invasione immigratoria che stanno subendo.
Dunque, è tutto perduto? No, non lo credo. La storia ci insegna che le cose impreviste accadono più spesso di quelle date per certe, e una cosa importante la storia ce l’ha insegnata proprio sulla Chiesa cattolica: data per morta decine di volte, nonostante le tante tribolazioni – una delle più gravi la sta vivendo tuttora -, è sempre sopravvissuta. Perciò, per quanto sembri impossibile, anche la vecchia Europa potrebbe tornare alla sua vera identità, potrebbe tornare alle origini, potrebbe tornare al Cristianesimo.