di Nick Griffin
L’ideale di “agricoltori liberi” indipendenti ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare l’identità, la cultura e la politica degli Stati Uniti. La visione di Thomas Jefferson di una nazione di piccoli agricoltori autosufficienti ha influenzato lo sviluppo politico ed economico del paese. La Northwest Ordinance del 1787 e l’Homestead Act del 1862 furono politiche di enorme importanza che promuovevano la proprietà terriera diffusa. Come i loro lungimiranti architetti avevano inteso, queste politiche contribuirono a creare una cultura di indipendenza e autosufficienza, che divenne un segno distintivo dell’identità americana. L’agricoltura libera contribuì anche alla crescita della democrazia americana. Con la proprietà terriera diffusa, i cittadini erano più propensi a partecipare al processo democratico, a chiedere rappresentanza ed esercitare i propri diritti in modo responsabile e saggio.
Oggi, al contrario, gli agricoltori americani si trovano ad affrontare un potere aziendale e un’accaparramento di ricchezza che li rende più simili a mezzadri impoveriti o servi della gleba medievali, che agli uomini liberi e orgogliosi le cui fattorie familiari costituivano la base stessa del sogno nazionale. Fin dai primi sviluppi dell’agricoltura, i semi che ne costituivano la base erano proprietà comune. Le famiglie conservavano i cereali migliori, li commerciavano con i vicini o i mercanti in un libero mercato e miglioravano le varietà locali attraverso la selezione.
Tutto questo si fermò nel 1980 nella lotta Diamand contro Chakrabarty, quando la Corte Suprema stabilì che gli organismi geneticamente modificati potevano essere brevettati. I semi diventarono proprietà intellettuale, con semi ibridi e “terminator” creati nei laboratori aziendali. Le piante per uso alimentare sono ora modificate geneticamente per produrre una sola volta e poi morire, e per rendere i loro semi sterili, costringendo al riacquisto annuale. Il caso del coltivatore canadese Percy Schmeiser avrebbe dovuto essere il campanello d’allarme più forte. Quando geni brevettati si diffusero nei suoi campi e si ibridarono naturalmente con la sua coltura tradizionale, Monsanto gli fece causa per violazione di proprietà intellettuale e vinse. Persino il possesso accidentale di DNA di semi brevettati fu considerato un furto.
Gli accordi commerciali globali hanno esteso questi brevetti in tutto il mondo. Nel giro di una generazione, i semi sono passati dall’essere un diritto di nascita a un codice a barre. L’agricoltura, a lungo basata su un’azienda familiare privata, è diventata principalmente una questione di interessi di un piccolo gruppo di grandi multinazionali. I loro interessi sono spietatamente sostenuti da finanziamenti per la ricerca, avvocati aziendali e lobbisti che comprano l’obbedienza dei legislatori. Il sistema ha spostato l’attenzione sull’utilizzo del territorio dalla produzione alimentare e dalla sostenibilità a lungo termine alla massimizzazione del profitto e del guadagno a breve termine. Il mercato commerciale dei semi è stato valutato a circa 66 miliardi di dollari in tutto il mondo nel 2025 e si prevede che supererà i 100 miliardi di dollari entro il 2033. Quattro conglomerati – Bayer-Monsanto, Corteva (Dow-DuPont), Syngenta (ChemChina) e BASF – ora controllano circa il 70% della genetica dei semi a livello mondiale, secondo i dati del 2023 dell’ Erosion, Technology and Concentration Group.
I dati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti indicano che queste aziende leader detengono il 95% della proprietà intellettuale del mais, l’84% della soia, il 97% della colza e il 74% del cotone. Ognuna di esse gestisce un impero verticalmente integrato: semi, fertilizzanti, pesticidi e sistemi di dati satellitari che monitorano ogni acro. La piattaforma FieldView di Bayer raccoglie dati su suolo, umidità e resa da milioni di acri; ogni sensore alimenta i server aziendali, creando un circuito chiuso di ingegneria genetica, dipendenza chimica e applicazione dei dati.
Il cartello dei “Big Four” condivide uno scopo comune: il controllo totale dell’agricoltura attraverso brevetti e trattati come l’accordo TRIPS (Aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio) dell’OMC e l’accordo UPOV (Unione per la protezione delle nuove varietà vegetali) del 1991. L’indicazione più sorprendente del loro potere è che questi “accordi” hanno criminalizzato la conservazione dei semi. In un colpo solo, e indipendentemente dai loro diritti teorici di proprietà terriera, questo priva gli agricoltori della loro libertà e indipendenza. In teoria, gli agricoltori sono liberi di andarsene, ma lo sono davvero? Oltre alle restrizioni finanziarie e legali, il collegamento tra semi geneticamente modificati e specifici pesticidi ha creato una spirale di dipendenza dalle multinazionali.
I conservatori lamentano giustamente che la proprietà di Syngenta da parte del conglomerato statale cinese ChemChina estende l’influenza di Pechino sulle catene alimentari globali. Ma coloro le cui obiezioni si fermano qui, si perdono qualcosa di ancora peggiore: il monopolio del cartello sulla fornitura e sui diritti di sementi è una forma di agricoltura feudale. Gli agricoltori sono costretti a pagare tributi non a re o baroni, ma alle multinazionali. La proprietà e il controllo personali e illimitati dei terreni agricoli erano il fondamento della libertà americana, ma, con il nuovo sistema agroalimentare, gli agricoltori sono di fatto mezzadri. Contratti, diritti di revisione contabile e prestiti bancari li legano al sistema con la stessa efficacia con cui povertà e debito controllavano gli ex schiavi e la “povertà bianca” di un passato che si supponeva fosse finito per sempre. Con questi vincoli, il cartello agroalimentare ha aumentato i suoi prezzi delle sementi.
Negli Stati Uniti, i costi delle sementi sono aumentati del 351% per la soia e del 321% per il mais per acro tra il 1995 e il 2014, superando i prezzi delle materie prime e riducendo i margini. Ciò ha contribuito a una perdita del 5% delle aziende agricole dal 2010 al 2017 e a un aumento dei fallimenti, in particolare tra le aziende di medie dimensioni. Quando si arriva a queste dimensioni, il capitalismo non riguarda la libera impresa e la proprietà privata, ma il monopolio e la distruzione dell’istituzione della proprietà. Il sistema è ormai mondiale. In India, il cotone Bt geneticamente modificato prometteva prosperità ma ha portato rovina. I prezzi delle sementi sono saliti alle stelle, i raccolti sono crollati e il debito è aumentato. Il National Crime Records Bureau of India segnala oltre 250.000 suicidi di agricoltori dalla metà degli anni ’90, molti indotti dal metodo straziante di ingerire pesticidi. In tutta l’Africa, l’Alleanza per una Rivoluzione Verde in Africa (AGRA) – finanziata dalle Fondazioni Gates e Rockefeller – promuove i semi brevettati sotto la bandiera della modernizzazione. I paesi che adottano i quadri AGRA sono spinti a far rispettare le regole dell’UPOV del 1991 che mettono al bando lo scambio tradizionale di semi. In Tanzania, il Plant Breeders’ Rights Act del 2012 ha imposto sanzioni penali per l’utilizzo di semi protetti senza autorizzazione, colpendo milioni di contadini che improvvisamente hanno perso l’accesso ad almeno l’80% della loro precedente banca dei semi.
Tutto ciò aumenta i profitti aziendali, ma sta facendo sprofondare gli agricoltori e le famiglie del Terzo Mondo sempre più in una situazione di dipendenza, debito e disperazione. L’instabilità e il disordine sociale che ne derivano sono una delle principali cause dell’immigrazione verso gli Stati Uniti e l’Europa. Infine, esiste una massiccia minaccia futura alla sicurezza alimentare. La ridotta diversità genetica derivante da varietà geneticamente modificate standardizzate può aumentare la vulnerabilità a parassiti, malattie e stress ambientali. L’attenzione rivolta all’agroindustria su mais, soia e cotone ha portato alla scomparsa del 75-90% della diversità genetica vegetale nell’ultimo secolo. La carestia irlandese delle patate è nata dall’uniformità genetica; l’agricoltura aziendale odierna rischia lo stesso disastro su scala planetaria.





Non solo nei paesi in via di sviluppo ma anche nelle economie avanzate, le citate quattro grandi multinazionali sono riuscite a imporre a milioni di agricoltori l’uso dei loro semi geneticamente modificati, semi che per germogliare hanno bisogno di fertilizzanti e pesticidi e che non possono essere conservati. Così facendo, hanno distrutto secolari metodi di coltivazione della terra che si basavano sulle riserve dei semi naturali, quelli che i contadini erano abituati a mettere da parte per poi utilizzarli negli anni successivi.
Per di più, queste sementi geneticamente modificate e gli agenti chimici necessari per farle crescere sono estremamente costosi. E ciò ha aggravato sensibilmente l’indebitamento dei coltivatori, mettendoli in uno stato permanente di duplice dipendenza: sia dai prestiti erogati dalle banche, sia dagli OGM delle “Big Four” dell’agrochimica. Sono diverse le inchieste giornalistiche che hanno documentato questo perverso sistema, soprattutto con riferimento alla situazione dell’India, dove un numero impressionante di contadini si sono suicidati, essendosi resi conto di avere infilato la testa nel cappio di un meccanismo usuraio, un meccanismo dal quale, una volta entrati, non è più possibile uscire.
Eppure, sono anni che gli OGM ci vengono presentati come una seconda “rivoluzione verde”, una enorme crescita di conoscenza biologica, una geniale soluzione che eliminerà la fame nel mondo. Certo, questa “rivoluzione” ha prodotto nell’immediato dei rilevanti risultati quantitativi, ma, oltre a rappresentare una seria minaccia per la biodiversità, non ha certo favorito l’indipendenza delle popolazioni e degli Stati interessati. Anzi, come era prevedibile, ha fatto l’esatto opposto. Il motivo è semplice: essa è stata orchestrata, e tuttora viene saldamente tenuta in pugno, da un potere finanziario che a tutto è interessato, tranne che al raggiungimento dell’autonomia e dell’autosufficienza da parte dei soggetti che l’hanno adottata o che ne sono stati vittime; al contrario, è interesse dell’alta finanza prolungare indefinitamente e in ogni modo la dipendenza dei popoli e la debolezza strutturale degli Stati.
Per quanto riguarda specificamente i consumatori, il mese scorso l’Unione Europea ha dato il via libera al cambiamento delle norme sugli OGM. Le norme europee differiscono da quelle americane poiché negli Stati Uniti la presenza di organismi geneticamente modificati non va indicata sull’etichetta. Nella UE invece sì. Il nuovo regolamento, che modifica la normativa su tale materia, deve ancora essere approvato dal Parlamento Europeo e ratificato dagli Stati membri, ma le probabilità di vederlo naufragare sono davvero minime. E così, dopo il vaccino a mRNA, avremo anche il cibo OGM: addio alle famose precauzioni europee che finora hanno salvaguardato la nostra salute. D’altronde, come di recente dimostrato, anche le malattie e i tumori rappresentano un buon giro d’affari.
Concludo con una considerazione di ordine generale. Sono d’accordo con Nick Griffin laddove, riferendosi alle multinazionali, scrive: “Quando si arriva a queste dimensioni, il capitalismo non riguarda la libera impresa e la proprietà privata, ma il monopolio e la distruzione dell’istituzione della proprietà”. Ne consegue che un’organizzazione statuale che voglia assicurare l’equilibrio sociale, deve favorire l’accesso alla proprietà privata tendenzialmente a tutti, deve far sì che il maggior numero possibile di persone possieda una casa in cui abitare e mezzi di produzione (negozi, piccole aziende, terreni agricoli) per provvedere al proprio sostentamento; deve quindi prevenire i monopoli, cioè evitare la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi (capitalismo) o dello Stato (socialismo).