di Michele Corti
Nessun regalo di 45 miliardi come contropartita per la firma di Francia e Italia al trattato Mercosur. Quanto ha offerto la Von der Leyen è la messa a disposizione, sin dal 2028 dei 293,7 miliardi di euro destinati alla PAC nel ciclo 2028-2035, senza attendere le revisioni di metà mandato, al 2032, quando una parte delle risorse accantonate del bilancio viene sbloccata solo a certe condizioni e redistribuita tra i vari settori. Non c’è nessuna certezza che questi siano miliardi in più regalati all’agricoltura a compensazione dei tagli. Una mezza beffa.
Gli agricoltori europei e italiani, inoltre, hanno molti motivi per preoccuparsi. Il Brasile è una potenza agricola sempre più forte. Le grandi aziende che coltivano soia e mais e allevano bovini possono superare i 100 mila. Il mercato europeo spalancherebbe le porte a massicce importazioni di carne bovina, pollame, zucchero, miele, mais, riso e altri prodotti agricoli realizzati con standard ambientali e sanitari inferiori a quelli europei. Questo aumenterebbe la concorrenza sleale verso i nostri piccoli e medi agricoltori, già messi in difficoltà da costi in crescita e dai prezzi imposti dalla grande distribuzione.
Il Brasile inoltre utilizza più pesticidi che gli Stati Uniti e la Cina messe insieme. L’enorme estensione delle coltivazioni rende conveniente la distribuzione dei pesticidi con mezzi aerei con tutto quello che essa comporta in termini di deriva, di inquinamento ambientale (contaminazione acque, terreno) e danni alla salute delle persone. Tra i pesticidi più utilizzati in Brasile, quattro sono stati messi al bando in Europa: l’erbicida Atrazina, l’insetticida Acefato, il fungicida Clorotalonil, l’insetticida Clorpirifos. Le multinazionali europee, negli anni, hanno continuato ad esportare prodotti messi fuori legge in Europa e nessuna delle misure in discussione presso la Ue per vietare l’esportazione dei prodotti dichiarati pericolosi per la salute e per l’ambiente è andata in porto. Ciò dimostra che l‘ambientalismo della Ue è del tutto falso e strumentale.
I regolamenti sanitari del blocco Mercosur, dunque, sono meno rigorosi sull’uso dei pesticidi, degli antibiotici e degli ormoni negli allevamenti perché, a parte le regole meno stringenti, non esiste un sistema di controlli veterinari e di tracciabilità come in Europa. Il Brasile non è in grado di garantire l’assenza di ormoni vietati dall’UE nelle sue esportazioni di carne e questo vale anche per i residui di fitofarmaci.
Infine per trasportare dal Brasile all’Italia i prodotti con navi mercantili si coprono 7200 km. Una nave con 50 mila t di prodotto consuma 700 t di carburante che potrebbe servire a coltivare 2.300 ha. Senza contare i trasporti stradali verso i porti. Sul piano ambientale, quindi, l’accordo aggraverebbe la distruzione di ecosistemi vitali come la foresta amazzonica o il Chaco, per fare spazio a pascoli e coltivazioni destinate ai mangimi. Aggraverebbe le violazioni dei diritti dei popoli indigeni, delle comunità rurali, i diritti sociali dei lavoratori, le minacce alla salute degli abitanti delle zone rurali in forza della grande pressione ad estendere ed intensificare l’agribusiness e dei pochi scrupoli dei fazenderos e delle multinazionali della filiera (sulla JBS vedi https://www.ruralpini.it/Uno_scandalo_globale_che_arriva_in_Valtellina.html). Già da anni si assiste a enormi investimenti finanziari nell’agribusiness sudamericano. Nessuno dubita che il Mercosur li stimolerà aumentando molto il potenziale produttivo e il differenziale di competitività nei confronti dell’agricoltura europea.
Il liberismo applicato ai sistemi agricoli fa terra bruciata. Un tempo erano i paesi coloniali a vedere distrutta la loro agricoltura famigliare dalle piantagioni e dalle esportazioni. Ora è l’Europa che suicida la propria agricoltura e tutto quello che la tenuta dell’agricoltura famigliare comporta in termini sociali e territoriali.





Le ultime tre righe dell’articolo riassumono benissimo la situazione in cui, non solo gli agricoltori ma noi tutti, ci troviamo.
Sottesa ad accordi come quello del Mercosur è l’idea che il liberismo, favorendo un maggior sviluppo dei rapporti commerciali, contribuisca al benessere di tutti. Ma, per quanto presentata sotto la luce benevola di un sistema che riconosce la proprietà privata, nonché la libertà di scambio, d’impresa e di concorrenza, questa idea tradisce una logica che è di controllo e di dominio, non di sviluppo economico. Infatti, con l’eliminazione delle barriere si limita l’autogestione economica di un popolo. Negando allo Stato il ruolo di garante dell’economia nazionale, si lascia campo libero a forze economicamente egemoni che, attraverso il controllo dei mercati, esercitano un potere sempre maggiore sulle nazioni. Quella libertà dall’invadenza dello Stato che il liberismo promette, si converte in un’ancora più insopportabile ingerenza delle multinazionali nella vita dei singoli e delle comunità; e tutta la libertà che resta al piccolo produttore consiste nel poter scegliere se abbandonare l’attività o diventare un dipendente di queste mega aziende.
Alternativa al liberismo è un’economia basata sull’idea che la proprietà e il controllo degli strumenti di produzione siano diffusi, cioè distribuiti tra un gran numero di soggetti, piuttosto che essere concentrati in mano a pochi. Ma un simile progetto sociale può svilupparsi solo all’interno di una comunità nazionale solidale, non certo nello spazio gestito dalla burocrazia transnazionale europea.
Va ricordato che le istituzioni europee hanno messo in atto nel nostro Paese, dapprima in forma strisciante e poi in modo sempre più plateale, quella che potremmo definire “una riforma agraria alla rovescia”, in quanto sovverte i princìpi ispiratori della legge del 1950 – forse la riforma più importante di tutto il secondo dopoguerra, con cui sono state distribuite le terre ai braccianti, rendendoli così coltivatori diretti e non più sottomessi ai latifondisti – e conduce alla eliminazione forzata delle piccole e medio-piccole imprese. Ora, con la firma del trattato UE-Mercosur, il governo Meloni si è assunto la responsabilità di aver messo l’ultimo chiodo sulla bara della piccola azienda agricola italiana.