di Ruggiero Capone
Chi detiene il sacco degli alimenti controlla la popolazione, controlla l’economia e può bloccarla. Ora la domanda che in tanti si pongono è come possano le produzioni alimentari del Mercosur valicare i confini degli stati europei senza incorrere nei tanti controlli: soprattutto non essere fermate per la presenza di percentuali oltre i limiti di pesticidi, tossine, allergeni, contaminanti ambientali, residui di prodotti, sostanze chimiche aggiunte.
Rammentiamo al lettore che gli LMR rappresentano le quantità massime di agrofarmaci consentite per legge nelle colture destinate all’alimentazione sia umana che animale: sono espressi per convenzione internazionale in milligrammi (mg) di sostanza per chilogrammo (kg) di coltura o in parti per milione (ppm); ciascun agrofarmaco ha un LMR stabilito per ogni coltura. Tutti gli stati europei hanno norme rigidissime al riguardo, perché in circa un secolo negli stati civili del Vecchio Continente fortunatamente si è badato a salvaguardare la salute dei cittadini. Allora frutta, verdura, carne e pesce del Mercosur supereranno la prova dei laboratori italiani e francesi, tedeschi e danesi? Il dubbio è forte.
Intanto è utile rammentare che negli Usa non c’è solo il voto influenzato dalla Bible Belt (letteralmente cintura della Bibbia) ma anche il cibo condizionato da una cintura di “giudici federali”, sempre pronti a condannare chi procura tumori alla popolazione: le condanne per gli avvelenatori sono milionarie se non miliardarie, a raccontarcelo provvedono i tantissimi casi di cronaca sulle “class action” (vere e proprie azioni legali collettive) che permettono ai consumatori statunitensi di trascinare in tribunale multinazionali del cibo, chimico-farmaceutiche e colossi dell’agroalimentare.
Certo moltissimi statunitensi mangiano male, di loro fa strame obesità e problemi cardiocircolatori, ma sono problemi individuali: perché, quando una patologia diventa un problema legale della comunità, ed una “class action” s’affaccia in tribunale, allora i colossi mettono mani al portafoglio, e fioccano risarcimenti pesanti e veloci. Il timore delle cause ha spinto i grandi produttori agricoli planetari a guardare gli Usa come un mercato difficile: soprattutto per i controlli di laboratorio in entrata. Questo ha favorito sotto tutte le amministrazioni Usa una difesa legale delle produzioni agricole e zootecniche Nordamericane, il cui principio non è certo vietare l’uso di prodotti chimici, ma semplicemente controllare la filiera perché il principio attivo non giunga sulla tavola: secondo molti ricercatori sarebbe impossibile, ma almeno scongiurano l’uso scellerato di pesticidi.
Ecco che le multinazionali, che hanno comprato milioni di ettari in centro e sud America come in Africa, guardano sempre con più interesse all’Europa. Quell’Europa che, progressivamente ed ormai da circa cinquant’anni, pensa con sempre più determinazione ad una politica in seno alla Pac (oggi Politica Agricola Comune dell’Unione Europea e ieri della Cee) capace di togliere sempre più terreni dalla produzione: ieri era un riposo per controllare le eccedenze e stabilizzare i prezzi, oggi un sempre più pervicace deterrente al lavoro agricolo. Ieri offrivano contributi agli agricoltori per il “set-aside” (mettere da parte la terra senza coltivarla), oggi perseverano in politiche che mirano ad una Europa dove esistano città non più circondate da campi coltivati e fabbriche, ma solo da boschi capaci d’attraversare il Vecchio Continente in lungo ed in largo: dalla Lusitania all’Ungheria, dall’Italia alla Manica. L’Europa a trazione von der Leyen ci chiede di mettere da parte il lavoro, e tutte le attività tradizionali, per concentrarci su altro. Nel frattempo, gli europei dovranno pur mangiare. Ecco che l’Ue apre ai prodotti del Mercosur, gli stessi nel mirino dei controlli Usa, gli stessi che hanno portato note multinazionali agroalimentari a giudizio presso le “corti federali” Usa.
In certi casi Greenpeace esagera, ma quando analizza i prodotti agricoli fa cose serie e precise: l’esperimento sui prodotti agricoli del Mercosur lo ha fatto sui “frutti di lime”, ne è scaturita una denuncia sulla presenza di diversi residui di pesticidi (ben oltre il tollerato) sui lime prodotti in Brasile e venduti nell’Unione Europea. Greenpeace ha incaricato un laboratorio accreditato e certificato (ben noto agli uffici dell’Ue) che ha analizzato 52 campioni di lime acquistati in supermercati e mercati all’ingrosso in Italia, Austria, Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Svezia: sono stati riscontrati residui eccedenti di pesticidi in tutti i campioni tranne in uno. E non si osa immaginare cosa possa esserci in altre produzioni vegetali o nella carne.
IL MERCOSUR NON È ROBA USA
La confusione sul Mercosur è massima in Europa, i primi a non conoscerne le peculiarità sono tanti europarlamentari, soprattutto quelli che non si spiegano come mai gli Stati Uniti mangino poco sudamericano: una questione di nazionalismo perché amano mangiare solo “made in Usa”?
Il Mercosur ha sede a Montevideo, in Uruguay, è una struttura nata nel 1960 e che avrebbe dovuto garantire il libero scambio nell’America Latina: ma le cose non sono mai andate tanto bene, soprattutto il Mercosur è in mano ad affaristi e grandi proprietari terrieri; gli stessi che mantengono il Sud America sotto l’eterno tallone delle multinazionali.
Certo, nella forma Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno ufficialmente istituito il Mercosur con l’obiettivo di creare un mercato comune, fondato sulla libera circolazione di beni, servizi e fattori produttivi, sull’adozione di una tariffa esterna comune e sul coordinamento delle politiche macroeconomiche e settoriali. Ma può l’Unione europea mettere da parte le produzioni del Vecchio Continente e promuovere un surrogato schiavista e poco omologabile alle nostre norme?
Il 6 dicembre 2024 è stato siglato il primo trattato commerciale tra l’Unione europea e i Paesi del Mercosur: secondo la Commissione europea rappresenta una cosa bellissima, la più ampia intesa di libero scambio mai conclusa dall’Ue. Sarà vero? Di fatto non è ben chiaro come verranno tutelate le 568 “indicazioni geografiche europee” (prodotti tipici, e per la metà italiani), soprattutto non è chiaro come si possa soprassedere sul mantenimento degli standard sanitari, fitosanitari e di benessere animale per tutte le importazioni agroalimentari.
La Commissione europea ha promesso che potrà avviare indagini, introdurre misure provvisorie, effettuare un monitoraggio semestrale dei flussi commerciali, soprattutto rafforzare i controlli fitosanitari. Ma c’è uno strano silenzio sulle compensazioni per le filiere agricole eventualmente danneggiate. Intanto il trattato è stato firmato, ed il Mercosur bussa subito alle tasche dei consumatori europei. Negli Usa già ridono dell’accordo Mercosur-Ue, perché molte delle produzioni spacciate per brasiliane o uruguaiane in verità sono africane, frutto di coltivazioni intensive e schiaviste: ma tutto viene confuso e occultato nella poca attenzione alle rotte tra Africa e Sudamerica. E non dimentichiamo che proprio il Federal Bureau Usa considera i prodotti agroalimentari provenienti da Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay, Cile, Colombia, Ecuador e Perù il primo vettore mondiale per il trasporto di stupefacenti. Il Venezuela, bene è ricordarlo, è ancora tra i paesi sospesi dal Mercosur: la sua sospensione obbediva ad una richiesta Usa del 2016. Ecco che qualcuno già ci scherza asserendo: “L’Europa vieta i veleni nei campi ma li serve nel piatto… e non parliamo di come salta il contenimento al traffico di droga”.
RIENTRANO I VELENI VIETATI
Atrazina, Paraquat e Clorpirifos sono solo alcuni tra diserbanti e veleni banditi in Europa per effetti cancerogeni, neurotossici o di interferenza endocrina. Ma l’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (Echa) ci racconta che queste molecole continuano ad essere prodotte nell’Unione Europea e poi vengono esportate verso l’America Latina: l’Ue a trazione von der Leyen vieta l’uso di certi veleni nelle campagne europee, e poi garantisce che l’industria chimica possa esportare e scaricare in Sudamerica i pesanti costi per uomo e natura. Capita che soci delle multinazionali chimiche siano anche alcuni europei che hanno investito nei terreni sudamericani: un particolare che sarebbe anche stato attenzionato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), ma poi non s’è saputo più nulla.
Che i lobbisti chimici e agroalimentari, stabilmente a Bruxelles, siano le stesse persone? L’inchiesta “I signori della terra” redatta da Philip Seufert, Sofía Monsalve, Luciana Rolón, Shalmali Guttal ci ha raccontato le modalità di azione di dieci multinazionali che controllano 40 milioni di ettari nel Pianeta: oltre alle “class action” negli Usa questi gruppi hanno accumulato migliaia di denunce per violazione dei diritti umani.
Ma concentriamoci sulle tre aziende operanti in Argentina che trarrebbero benefici dall’apertura dell’Ue al Mercosur: sono Benetton, Cresud e Arauco. Ruolo chiave nel far entrare questi colossi nel sistema Ue lo hanno svolto certamente i grandi lobbisti dei fondi di investimento che operano a Bruxelles, e con la complicità supina dei governi che vorrebbero sfornare riforme agrarie capaci non solo di togliere la terra ai contadini ma anche di evitare che gli europei possano in futuro dedicarsi all’agricoltura: qui starebbe per venire incontro ai colossi una normativa Ue che, di fatto, impedirebbe in futuro a chi non ha titolo agricolo di intestarsi un terreno, quindi di ereditarlo o di comprarlo per darsi al lavoro di campagna. Ma chi vorrebbe scoraggiare il piccolo e medio lavoro contadino? Dopo la crisi finanziaria del 2008, i terreni agricoli sono diventati merce preziosa, verso la terra si sono spostati gli investimenti dei ricchi del Pianeta. I potenti pongono ai governi il ricatto che, l’acquisto di terreni come “asset finanziari” venga subordinato all’allontanamento (con norme e leggi) dei piccoli e medi contadini dalla produzione di alimenti: l’Ue oggi è complice di questo esproprio, e subdolamente lo giustifica tra le soluzioni al cambiamento climatico.
PROPRIETARI DI BOSCHI E CAMPAGNE
I proprietari terrieri transnazionali controllano il mercato, quindi i governi. Dei dieci maggiori proprietari terrieri transnazionali, tre operano in Argentina, come l’azienda forestale Arauco che sfrutta 1,7 milioni di ettari lungo le coste di Argentina, Cile, Brasile e Uruguay. Poi c’è il gruppo Benetton, quasi un milione di ettari nella sola Argentina. Invece il gruppo Cresud è l’unica azienda argentina presente in Argentina, azionista di maggioranza (per non dire unico) è Euduardo Elsztain (il maggiore immobiliarista argentino): ma in Cresud s’è aperta una falla da quando l’imprenditore s’è associato al fondo d’investimento BlackRock (il principale detentore del debito argentino).
Oggi BlackRock, attraverso Brasil Agro, sta fortemente crescendo nel controllo delle terre anche del Brasile, e nel giro di pochi anni subentrerà al patrimonio di Elsztain. Di fatto i grandi proprietari dei terreni, attraverso la concentrazione patrimoniale, minano l’autodeterminazione alimentare e lavorativa delle genti. Di fatto le multinazionali agroindustriali, forestali ed energetiche sono la versione attuale delle Sette Sorelle: sotto il loro controllo c’è l’intera filiera della vita umana, dall’edilizia al cibo passando per petrolio e acqua.
Esempi? La Blue Carbon, società finanziaria specializzata in crediti di carbonio: Superficie: 24,5 milioni di ettari. Sede negli Emirati Arabi Uniti, e controlla terreni in Zimbabwe, Liberia, Kenya, Tanzania, Zambia, Papua Nuova Guinea, Dominica, Bahamas, Unione delle Comore, Santa Lucia. La Macquarie Group, società di gestione patrimoniale: Superficie: 4,7 milioni di ettari, sede in Australia e controlla terreni in Australia e Brasile. La Olam Group, azienda agroalimentare con superficie di 2,36 milioni di ettari, sede a Singapore e controlla terreni in Gabon, Repubblica del Congo, Stati Uniti, Australia, Indonesia, Repubblica Democratica Popolare del Laos.
La Manulife, società di gestione patrimoniale possiede una superficie di 2,35 milioni di ettari ed ha sede in Canada; controlla terreni negli Stati Uniti, Canada, Cile, Brasile, Australia, Oceania (Aotearoa) e Nuova Zelanda. La Arauco, impresa forestale possiede una superficie di 1,71 milioni di ettari ed ha sede in Cile: controlla terreni in Cile, Argentina, Brasile e Uruguay. La Shell (azienda produttrice di carburanti ed energia) possiede 1,3 milioni di ettari ed ha sede nel Regno Unito, controlla terreni in Brasile. La TIAA Nuveen, società di fondi pensione e gestione patrimoniale possiede una superficie di 1,2 milioni di ettari, ha sede negli Stati Uniti e controlla terreni negli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Panama, Cile, Uruguay, Polonia, Romania, Australia, Aotearoa Nuova Zelanda. La Edizione Srl del Gruppo Benetton, azienda agricola e forestale con una superficie coltivata di 924.000 ettari: controlla terreni in: Argentina. La Cresud Brasil Agro, società agroindustriale e immobiliare ha 883.000 ettari, controlla terreni in Argentina, Brasile, Paraguay e Bolivia. La Wilmar International, azienda agroalimentare, ha una superficie di 497.101 ettari, possiede territori in Malesia, Indonesia, Ghana, Costa d’Avorio, Nigeria, Liberia, Uganda e Sri Lanka. Non è certo un caso che, i dieci maggiori proprietari terrieri transnazionali abbiano accumulato denunce di violazione dei diritti umani nelle comunità indigene delle terre da loro controllate. Riconoscere, promuovere, rispettare e salvaguardare i legittimi diritti di proprietà europei dovrebbe rappresentare una priorità dei governi del Vecchio Continente. I trattori sfilano per le strade francesi e belghe solo per ricordare alla politica che l’Ue non deve diventare il Sudamerica.
Fonte: opinione.it





Ventuno secoli fa, il tribuno della plebe Caio Gracco proponeva la confisca delle proprietà terriere troppo estese – già veri latifondi – per redistribuirle in limitati lotti ai proletari, così da rinsaldare quel tessuto di piccola proprietà contadina familiare, che a Roma veniva considerato vitale per la stabilità dello Stato e l’identità del popolo. Tanto che Virgilio, nelle Georgiche, fece una celebre esaltazione della vita e dei valori del mondo contadino, cantando la figura del piccolo proprietario terriero e dello stile di vita rurale come ideale di convivenza a misura d’uomo, colonna portante di una civiltà.
Come si vede, la lotta al latifondo e al capitalismo agrario, nonché l’esaltazione di un universo di valori legati alla terra, alla famiglia e alla tradizione, hanno in Europa origini molto antiche. Ma la storia e la cultura europee sono estranee all’Unione Europea, perché essa non è l’Europa: è solo una burocrazia transnazionale animata da un’ideologia economicista e globalista che dispiega tutta la sua nocività proprio in relazione all’agricoltura.
Il globalismo, sul piano economico, si rifà al liberismo di Adam Smith e David Ricardo. Secondo tale teoria, ogni Stato – o macroregione, o continente – si deve specializzare nel produrre quelle sole merci o servizi in cui ha il “vantaggio competitivo”. Ad esempio: i Paesi della UE non dovrebbero cercare di produrre soia, carne e mais, visto che ci sono i Paesi del Mercosur che possono produrre queste derrate alimentari ai prezzi mondiali più bassi. Per contro, i Paesi del Mercosur non dovrebbero sforzarsi di produrre auto, macchine utensili e prodotti chimici industriali, perché i Paesi della UE possono offrire sul mercato internazionale questi beni a prezzi decisamente più contenuti. Sia chiaro: il trattato UE-Mercosur non dice esplicitamente questo, ma indica in modo inequivocabile questa tendenza.
Infatti, uno degli scopi perseguiti con più accanimento dall’euroburocrazia è quello di minare l’autosufficienza alimentare del continente europeo, far diventare i suoi abitanti – tranne che per alcune produzioni di nicchia – dei semplici consumatori e delegare ad altre parti del mondo – in questo caso al Sud America – la produzione agricola necessaria. Ora, dovrebbe essere evidente a chiunque che la perdita dell’autosufficienza alimentare espone a rischi enormi: dipendere dall’estero per poter sfamare la propria popolazione rende vulnerabili a crisi geopolitiche, energetiche e climatiche che possono causare la carenza di beni primari, o rende soggetti a veri e propri ricatti che possono trasformare il cibo in uno strumento di pressione politica. Ma c’è dell’altro. Fare a meno della propria agricoltura, o comunque marginalizzarla, rappresenta un pericolo non solo economico ma antropologico, perché produce una società sempre più alienata, popolata da individui che hanno perso ogni rapporto con i ritmi della natura, ogni connessione con un tempo più vero e con un mondo più autentico di quello che si sgretola e marcisce nell’omologazione consumistica.