di Luigi Cortese

C’è una distanza sempre più evidente tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto. La proposta di una legge popolare sulla cosiddetta “remigrazione” vive esattamente in questo spazio: molto rumore, pochissima sostanza.

Partiamo dalla realtà, quella che non ama gli slogan. Una legge di iniziativa popolare, in Italia, non obbliga nessuno. Il Parlamento può tranquillamente ignorarla, archiviarla, lasciarla marcire in Commissione. È successo decine di volte. Succederà ancora. Quando il tema è già nelle mani di una maggioranza di governo, questo strumento non è una leva: è un gesto simbolico.

Ma qui il problema è ancora più profondo: questa legge non servirebbe comunque. Anche se arrivasse in Aula, anche se venisse discussa, non inciderebbe sull’impianto reale delle politiche migratorie, che oggi si decidono con decreti, regolamenti, accordi europei e atti amministrativi. Parlare di “remigrazione” senza mettere in discussione questo sistema è come voler spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua.

Mentre si parla, il governo fa altro

Il dato politico è sotto gli occhi di tutti, ma pochi lo vogliono guardare. Mentre si raccolgono firme e si alimenta il dibattito identitario, un governo di centrodestra continua a varare norme che regolamentano l’ingresso di centinaia di migliaia di immigrati: decreti flussi, quote, canali di ingresso “regolari”. Tutto avviene nel silenzio quasi totale, senza scandalo, senza titoli a nove colonne.

In questo quadro si inserisce anche la posizione di Matteo Salvini, leader della Lega, che ha pubblicamente abbracciato la battaglia sulla remigrazione arrivando a invocare un “Remigration Summit per il 2026 in Piazza Duomo a Milano”. Una proposta ad alto impatto mediatico, simbolicamente fortissima, che però non modifica di una virgola le politiche concrete portate avanti mentre la Lega è al governo.

C’è poi un dato che rende l’operazione ancora più evidente. Con Matteo Salvini alla guida della Lega e con la Lega parte integrante della maggioranza di governo, questa battaglia potrebbe essere portata direttamente in Parlamento, senza passare dalla raccolta firme, senza passerelle, senza rituali simbolici. Basterebbe depositare una proposta di legge parlamentare, aprire un confronto vero, assumersi la responsabilità politica di una scelta. Ma questo non accade. Perché la raccolta firme, a differenza dell’iniziativa parlamentare, non obbliga a nulla e produce consenso facile, emotivo, immediato. Serve a occupare spazio mediatico, non a cambiare le politiche. È la scorciatoia perfetta per chi vuole parlare alla pancia senza toccare il potere.

Si parla di rimpatri, ma si organizzano ingressi.
Si promette fermezza nelle piazze, ma si amministra continuità nei palazzi.

La legge popolare, in questo contesto, diventa una distrazione di massa: occupa il dibattito pubblico mentre le decisioni vere passano sotto traccia, spesso per mano degli stessi partiti che a parole cavalcano la protesta.

La cornice culturale che non torna

A rendere il quadro ancora più ambiguo è il contesto in cui questa narrazione viene promossa. Sul sito dell’associazione legata al Castello Sforzini la proposta sulla remigrazione viene pubblicizzata apertamente come iniziativa culturale e politica. E lo stesso Luca Sforzini, intervenendo pubblicamente anche in ambito televisivo, ha dichiarato senza ambiguità la propria appartenenza massonica, affermando che l’Italia dovrebbe “fare pace” con la propria storia e con la matrice culturale del Risorgimento e della massoneria.

Non si tratta di demonizzare o censurare nessuno. Si tratta di chiamare le cose con il loro nome. La massoneria, per sua natura, è un mondo elitario, iniziatico, storicamente legato alla formazione delle classi dirigenti. Una visione dello Stato come costruzione tecnica, non come comunità organica di popolo.

Ed è qui che nasce il corto circuito: una battaglia che si presenta come popolare e identitaria viene incorniciata dentro una visione culturale che popolare non è mai stata. Il risultato è una miscela confusa, che mobilita rabbia ma non produce soluzioni.

Il sentimento diffuso

Alla fine resta una sensazione difficile da ignorare: quella di essere chiamati a partecipare a qualcosa che non decide nulla. Di firmare mentre altri governano. Di discutere di una legge che non vedrà mai la luce mentre, ogni anno, i numeri dell’immigrazione continuano a crescere.

Si parla tanto.
Si incanala il malcontento.
Si cambia poco.

Conclusione

La remigrazione, così come viene proposta oggi, non è una risposta concreta. È una parola che rassicura, un rito politico che occupa spazio senza incidere sulla realtà. Serve più a tenere buone le coscienze che a cambiare il corso delle cose.

La politica vera non vive di summit annunciati né di firme destinate a un cassetto, ma di scelte nette e assumibili.
Il popolo non ha bisogno di nuove illusioni.
Ha bisogno di verità che fanno male, ma svegliano.

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