di Luigi Cortese
Il crollo demografico italiano non è un mistero né una fatalità. Non dipende da una improvvisa avversione degli italiani verso i figli, né da un cambiamento culturale astratto. Dipende da una cosa molto concreta: non ce li possiamo permettere.
Da anni i salari reali scendono, il lavoro è sempre più precario e il costo della vita corre molto più veloce degli stipendi. Affitti, bollette, spesa alimentare, trasporti: tutto aumenta. I redditi no. In questo contesto, pensare a una famiglia non è una scelta rimandata, è una scelta cancellata.
Il governo continua a parlare di natalità, famiglia, futuro. Ma la politica economica va nella direzione opposta.
Lavorare non basta più
Oggi in Italia lavorare non è garanzia di stabilità. Sempre più persone hanno un impiego ma restano povere. Contratti a termine, part-time involontari, stipendi che non coprono le spese essenziali. È questa la vera emergenza sociale.
Chi vive così non fa figli per egoismo o superficialità. Non li fa perché sa che non potrebbe garantire loro una vita dignitosa. È una scelta dolorosa, spesso taciuta, ma sempre più diffusa.
Qui nasce l’inverno demografico: nei portafogli vuoti, non nelle teste.
Immigrazione usata come scorciatoia
Invece di affrontare il problema alla radice — salari bassi e lavoro povero — il governo sceglie una strada più facile e più pericolosa: l’immigrazione incontrollata come risposta strutturale.
Non per integrazione vera, non per un progetto sociale serio, ma per tenere in piedi un sistema che vive di manodopera a basso costo. È una forma di dumping sociale che colpisce tutti: chi arriva e chi già c’è.
Più lavoratori ricattabili significa salari più bassi per tutti. Più concorrenza al ribasso significa meno diritti. E alla fine, ancora una volta, a pagare sono gli italiani che vedono ridursi il proprio reddito e il proprio futuro.
Il corto circuito
Il risultato è un paradosso evidente:
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si impoveriscono i lavoratori,
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si svuotano le famiglie,
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si abbassano i salari,
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si giustifica l’immigrazione di massa per “mancanza di manodopera”.
Ma la manodopera manca perché la vita in Italia non conviene più. Non perché manchino le persone.
È un circolo vizioso che il governo alimenta con scelte economiche miopi, evitando accuratamente di toccare il nodo centrale: la redistribuzione della ricchezza e la dignità del lavoro.
Senza sicurezza non c’è natalità
Non servono bonus occasionali o campagne retoriche sulla famiglia. Senza salari dignitosi, senza lavoro stabile, senza accesso alla casa, la natalità non riparte. Mai.
Un Paese che accetta stipendi da fame e precarietà strutturale sta scegliendo consapevolmente di non avere futuro. E quando uno Stato rinuncia ai propri figli, prima o poi rinuncia anche alla propria coesione sociale.
Il problema non è solo demografico. È politico. Ed è già davanti ai nostri occhi.





Ottimo articolo. Questa, tra l’altro, è la prospettiva che il sistema avversa di più in maniera viscerale,cioè non il parlare dall’elite ed in favore delle élites, ma dalla prospettiva dei cittadini normali e dal basso. Ottima anche l’immagine del bambino, neonato e bianco, poiché la casta li odia ed in favore dei cosiddetti migranti. La casta, per dividere il dissenso in due parti, preferisce parlare dalla prospettiva dei cosiddetti diversi od in funzione dell’immigrazione. Non tollera, infatti, persone normali che parlano di cose normali per persone normali,senza essere migranti, senza essere cosiddetti “diversi” . Non bisogna permettere che un gruppo di caste o criminali si permettano di manipolare la società in due parti. Al di sopra di queste caste, sappiamo già chi c’è, chi comanda,chi soffoca la vera politica.
Nell’articolo si dicono cose verissime sull’inverno demografico che l’Italia sta attraversando, ma la principale ricetta proposta per rilanciare le nascite, pur andando oltre l’inutile politica dei bonus e concentrandosi invece su aspetti economici strutturali che hanno senz’altro una loro ragion d’essere, a mio avviso mostra un limite interpretativo: non ci si ricorda che, anche in situazioni materialmente molto più disagiate di quelle attuali, gli italiani hanno avuto una fecondità tripla rispetto all’attuale; e non sto parlando di secoli lontani, ma dell’ultimo dopoguerra, fino alla prima metà degli anni ’60.
Vorrei mettere in evidenza due fenomeni non direttamente ascrivibili alla sfera economica, ma che hanno avuto, e tuttora hanno, un’incidenza molto negativa sull’andamento della natalità nel nostro Paese: l’aborto e l’omosessualismo.
Sull’aborto si è soliti soffermarsi, come è giusto, sull’aspetto morale, ma troppo spesso si trascura il significativo impatto che esso ha sulle questioni demografiche. In Italia la legge 194, dal suo anno di entrata in vigore (1978) fino ai giorni nostri, ha consentito di sopprimere con l’aborto più di 6 milioni di bambini. Ciò vuol dire che se non ci fosse stata questa legge infame, al netto degli aborti clandestini, oggi ci sarebbe qualche milione di italiani in più, scampati alla strage degli innocenti. Se poi consideriamo che, di questi, molti avrebbero avuto dei figli, possiamo ben comprendere come oggi il nostro Paese non soffrirebbe di alcuna carenza di giovani, tantomeno avrebbe bisogno di importarne dall’estero.
Anche la diffusione dell’omosessualismo e della sua punta più avanzata, l’ideologia LGBTQ, si lega alla questione demografica. Viviamo in una società che celebra l’omosessualità, la transessualità e la cosiddetta fluidità di genere; siamo immersi in una mentalità che guarda quasi con disprezzo alla famiglia tradizionale – che è poi l’unica famiglia possibile: quella con padre, madre e figli – ed esalta bizzarri stili di vita e coppie di persone dello stesso sesso che sono, per loro stessa natura, sterili. Questo costituisce un fortissimo disincentivo alla natalità, perché i giovani che soggiacciono a simili condizionamenti culturali saranno poco propensi al matrimonio, le ragazze saranno poco attratte dalla prospettiva di diventare madri.
Pertanto, ritengo sia necessario sviluppare una proposta che non si focalizzi esclusivamente sull’aspetto economico – salari dignitosi, lavoro stabile, accesso alla casa ecc. – di cui, sia chiaro, non nego certo l’importanza, ma che sia in grado di abbracciare tutti gli aspetti della vita umana. Chi vuole affrontare seriamente il problema del drammatico calo delle nascite nel nostro Paese, lo deve fare innanzitutto a livello culturale, rifiutando un modello di società che educa i giovani ad essere egoisticamente ripiegati su se stessi, a vivere per consumare, a vivere per soddisfare solo i piccoli piaceri quotidiani, a vivere pensando all’oggi senza immaginare un domani, senza l’idea di una missione da compiere, senza mettere se stessi al servizio di qualcosa che viene dopo di sé. Al contempo, è necessario proporre una visione alternativa incentrata sulla famiglia aperta alla vita, in cui sia normale avere 3 o 4 figli, in cui gli uomini siano contenti di diventare padri e le donne siano orgogliose di essere madri, in cui fare i figli sia visto dalla società come una cosa bella e gratificante, in cui la vita sia difesa dal concepimento – non dalla nascita, ma dal concepimento – e l’aborto sia illegale, in cui si tuteli il matrimonio tra un uomo e una donna, non “unioni” tanto effimere quanto stravaganti. E’ su tale visione che la politica va rifondata, se vogliamo dare un futuro alla nostra Patria.