di Diego Sen

Torino, scontri di piazza, indignazione a comando.
Ancora una volta la violenza irrompe nello spazio pubblico e ancora una volta viene raccontata come un incidente, una deviazione, una degenerazione improvvisa. Ma non c’è nulla di improvviso in ciò che è accaduto.

Gli scontri avvenuti a Torino durante la manifestazione legata al centro sociale Askatasuna hanno occupato per giorni il centro del dibattito pubblico. Le immagini di guerriglia urbana, i feriti, l’aggressione a un agente rimasto isolato, le vetrine distrutte. Un racconto emotivamente potente, costruito sulla paura e sull’urgenza, che produce una reazione istintiva: condanna, richiesta di ordine, chiusura del discorso.

Condannare la violenza è necessario. Ma fermarsi lì è comodo.
Perché la violenza di piazza non è un corpo estraneo al sistema politico: ne è una componente strutturale, prevedibile, ciclica, spesso accettata come prezzo collaterale o addirittura utilizzata come leva.

Il punto non è stabilire se ciò che è accaduto fosse evitabile.
Il punto è chiedersi perché tutti gli attori coinvolti si muovono come se lo scontro fosse un esito tollerabile, quasi fisiologico.

Le istituzioni, che affrontano conflitti sociali complessi attraverso atti simbolici e decisioni muscolari, senza una reale strategia politica, fingendo poi stupore di fronte a reazioni ampiamente annunciate.
I movimenti, che continuano a praticare una ritualità dello scontro sapendo perfettamente quale sarà il risultato: isolamento, delegittimazione, irrigidimento del quadro generale.
I media, che riducono tutto a una rappresentazione morale elementare, buoni contro cattivi, rinunciando deliberatamente a interrogarsi sulle dinamiche profonde.

In questo schema, nessuno è innocente.

Gli sgomberi di spazi storici, presentati come semplici atti amministrativi, sono in realtà decisioni politiche ad alto impatto conflittuale. Fingere che non producano reazioni significa mentire. Ma allo stesso tempo trasformare ogni intervento in un fronte permanente di scontro significa accettare una spirale sterile, che non produce avanzamenti politici, solo nuove chiusure.

La piazza, così, smette di essere luogo di conflitto sociale reale e diventa un dispositivo ripetitivo, prevedibile, utile ad altri.
Non esplode: viene usata.

Dalla cronaca alla norma

Ogni ciclo di violenza produce lo stesso effetto: sposta il baricentro del dibattito pubblico, rende accettabili misure prima impensabili, normalizza l’idea che diritti e libertà siano concessioni revocabili in base al clima emotivo del momento. È un processo graduale, silenzioso, raramente discusso nel merito.

Questo meccanismo è stato già analizzato nell’articolo DASPO: da provvedimento di sicurezza a misura di controllo sociale, che mostra come strumenti nati in contesti emergenziali vengano progressivamente estesi, normalizzati e sottratti al confronto pubblico.

Le norme che incidono più profondamente sulle libertà non nascono quasi mai da un ragionamento freddo e razionale. Nascono sull’onda di eventi traumatici, selezionati e amplificati. E mentre l’attenzione collettiva resta inchiodata alle immagini degli scontri, altre modifiche scorrono sotto traccia, inserite in testi complessi, protette dall’indifferenza generale.

Accanto alla repressione visibile, esiste infatti un secondo binario, meno appariscente ma più pericoloso: quello delle modifiche normative che passano nel silenzio.

È il caso dell’articolo 31 dell’ultimo Decreto Sicurezza, che rende permanenti e amplia le scriminanti per l’attività dei servizi di informazione, arrivando a legittimare condotte che, in qualsiasi altro contesto, configurerebbero reati associativi di terrorismo. Una zona grigia di sostanziale impunità, sottratta al controllo pubblico e al dibattito democratico.

Un passaggio cruciale, eppure quasi ignorato, analizzato con precisione da Luigi Cortese nell’articolo Il silenzio assordante sull’articolo 31 del Decreto Sicurezza: quando il pericolo vero passa inosservato.

Se questo schema continuerà a funzionare, chi oggi lo giustifica in nome dell’ordine o lo ignora per convenienza politica difficilmente potrà dirsi estraneo quando, nel momento del proprio dissenso, scoprirà che quello spazio è già stato eroso.

La violenza di piazza non indebolisce questo sistema.
Lo rafforza.

E chi continua a muoversi dentro questa dinamica – istituzioni, movimenti, informazione – contribuisce, consapevolmente o meno, a renderla permanente.

Le libertà non vengono cancellate con atti clamorosi.
Vengono consumate, un’emergenza alla volta, tra scontri rituali, decisioni ciniche e silenzi accuratamente coltivati.

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