di Luigi Cortese

Ci sono date che non chiedono celebrazioni, ma silenzio. Il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, è una di queste. Una ricorrenza che non si presta ai discorsi rassicuranti, perché parla di una ferita lunga ottant’anni, mai davvero rimarginata.

Tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni immediatamente successivi, centinaia di migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono costretti a lasciare la propria terra. Non per scelta, non per convenienza, ma per paura. Le violenze del regime jugoslavo di Tito, le epurazioni etniche, le foibe trasformarono l’essere italiani in una condanna. Molti furono uccisi, altri scomparvero, inghiottiti dal buio del Carso. Chi riuscì a salvarsi prese la via dell’esodo.

Partirono con poco o nulla. Una valigia, qualche fotografia, una manciata di oggetti che non facevano rumore. Lasciarono case, campi, botteghe, cimiteri. Lasciarono una vita intera. E si misero in cammino verso l’Italia, convinti che almeno lì avrebbero trovato rifugio, comprensione, fratellanza.

Fu un’illusione amara.

L’Italia del dopoguerra, stremata e ideologicamente divisa, non seppe – o non volle – accoglierli. Quegli esuli erano scomodi: disturbavano equilibri politici, incrinavano narrazioni comode. In molte città furono guardati con sospetto, talvolta apertamente respinti. A Bologna come altrove furono insultati, additati come “fascisti” senza processo, senza ascolto. Vittime due volte: prima della violenza, poi dell’indifferenza.

I campi profughi divennero la loro nuova casa. Baracche, pasti scarsi, promesse mai mantenute. Anni trascorsi in una sospensione crudele, italiani tra italiani, ma senza sentirsi davvero parte di nulla. Il Paese che avrebbero dovuto chiamare casa li lasciò ai margini, mentre su di loro calava un silenzio pesante, quasi colpevole.

Per decenni l’esodo giuliano-dalmata è stato rimosso dalla memoria collettiva. Una pagina strappata dai libri di storia, una sofferenza considerata ingombrante. Come se ricordare fosse pericoloso. Come se il dolore avesse un colore politico.

Oggi, guardando al presente, il contrasto è inevitabile e lascia un retrogusto amaro. L’Italia che allora non volle accogliere i propri fratelli, oggi si proclama pronta ad accogliere chi arriva da lontano, senza esitazioni, senza remore, spesso senza porsi domande. E’ una riflessione necessaria sulla memoria corta di un Paese che fatica a riconoscere i propri errori.

Non esistono dolori di serie A e di serie B. Ma esiste una responsabilità storica che non può essere ignorata. Prima di insegnare al mondo cosa sia l’umanità, bisognerebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio.

Il Giorno del Ricordo serve a questo: a restituire voce a chi l’ha persa, a ridare dignità a una storia dimenticata. Non per alimentare rancori, ma per evitare che l’oblio diventi abitudine.

Resta una malinconia di fondo, difficile da scacciare: quella di un popolo che tornò a casa e trovò la porta chiusa.
E forse, ancora oggi, quella porta non è stata del tutto riaperta.

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