di Redazione
Alle ore 6.00 del mattino del 10 ottobre 2021, negli uffici della digos di Roma, alcuni ufficiali di P.G. presenti alla manifestazione No Green Pass del 9 ottobre a Roma, redigono l’annotazione di servizio in cui si legge:
“… ATTESA L’INSISTENTE RICHIESTA DI EFFETTUARE UN CORTEO DA PARTE DI NUMEROSISSIMI MANIFESTANTI ATTESTATI NELLA CITATA PIAZZA, È STATO LORO PERMESSO DI EFFETTUARE UN PERCORSO DINAMICO VERSO LA SEDE DELLA CGIL, CIO’, AL FINE DI OTTENERE UN INCONTRO CON UN RAPPRESENTANTE DELLA SUINDICATA SIGLA SINDACALE …” (vd. all.)
La digos di Roma, nell’informativa poi inviata alla Procura, quindi, ha certificato l’esistenza di un permesso concesso ai manifestanti per sfilare in corteo sino alla sede della CGIL. Nel corso del processo di primo grado, però, misteriosamente la polizia smentì sè stessa, negando di aver dato il permesso. Ma come? Eppure le carte sono lì a confermarlo. Cosa porta gli ufficiali di polizia a dichiarare il falso, nonostante le carte siano molto chiare? Perchè non si è tenuto conto nel processo di queste false dichiarazioni? In questo filone si innesta la denuncia di queste ore nei confronti di Prestipino, l’ex vice capo della DNA e Procuratore della Repubblica di Roma, oltre che agli altri PM titolari dell’inchiesta sugli eventi della CGIL, per i reati legati all’occultamento di fatti e documenti favorevoli alla difesa e, nel caso di sette agenti della PS, per i reati di falso e calunnia. Questa denuncia è in mano al procuratore della Repubblica di Roma, Francesco Lo Voi.
Sono ben quattro le annotazioni prodotte recanti lo stesso permesso quel giorno. Annotazioni che per qualche motivo non vennero ammesse nelle varie fasi di dibattimento, eccetto una. Eppure l’elemento è fondamentale. In questi giorni si terranno le udienze d’appello: vedremo se giustizia sarà fatta o se i giudici (ancora una volta) agiranno non per amore di verità ma per amore di potere e, come ha ammesso candidamente Piantedosi, per “colore politico”. Il tutto, chiaramente, sulla pelle delle persone.






Menzogne sotto copertura