A volte basta una frase per accendere un incendio.
E quella pronunciata dall’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, non è passata inosservata.
Nel corso di un’intervista al commentatore americano Tucker Carlson, Huckabee ha evocato l’idea che Israele possa estendersi “dall’Egitto all’Eufrate”, richiamando un passaggio biblico spesso citato in ambienti religiosi e politici. Le sue parole hanno scatenato una bufera diplomatica immediata, con numerosi Paesi arabi che le hanno definite pericolose e destabilizzanti.
Washington ha provato a correre ai ripari, sostenendo che le dichiarazioni sarebbero state estrapolate dal contesto e che la linea ufficiale degli Stati Uniti non è cambiata.
Ma quando si parla di confini, eserciti e territori in una delle aree più fragili del pianeta, le precisazioni arrivano sempre dopo. E spesso servono a poco.
Il ritorno di un’idea controversa
Il riferimento geografico non è casuale. L’espressione “dal Nilo all’Eufrate” è legata a una visione storicamente associata al cosiddetto “Grande Israele”, un’idea che in alcune correnti ideologiche sioniste immagina uno Stato ebraico esteso su una porzione molto ampia del Vicino Oriente.
Va detto con chiarezza: non si tratta di una politica ufficiale dello Stato di Israele. Ma il solo fatto che un ambasciatore americano evochi quella mappa simbolica riapre ferite, sospetti, paure mai del tutto sopite.
Nel Vicino Oriente la memoria è lunga. Le frontiere non sono linee su una carta geografica: sono cicatrici.
Una regione già sull’orlo
Il Vicino Oriente non è una scacchiera immobile. È un campo minato.
Gaza brucia, il fronte con l’Iran resta teso, la Siria è ancora un mosaico instabile, il Libano vive equilibri fragilissimi. In questo contesto, parlare di espansioni territoriali — anche solo in forma teorica — significa gettare benzina su un fuoco che non si è mai davvero spento.
Molti governi della regione hanno reagito con durezza proprio per questo: temono che certe parole non siano solo retorica, ma il segnale di un cambio di clima politico.
Il rischio di una spirale
Non ci sono prove di un piano concreto di espansione israeliana su quella scala. Lo stesso Huckabee ha poi ridimensionato le sue affermazioni.
Eppure la storia insegna una lezione brutale: le guerre non nascono soltanto dai carri armati. Nascono dalle narrazioni, dalle percezioni, dalla convinzione — vera o presunta — che qualcuno voglia cambiare gli equilibri con la forza.
Il Vicino Oriente è già una polveriera geopolitica dove si incrociano interessi americani, russi, iraniani, turchi, europei. Se uno degli attori principali viene percepito come portatore di mire espansionistiche, l’effetto domino può diventare globale.
In un mondo attraversato da conflitti aperti e tensioni latenti, basta una scintilla per trasformare una crisi regionale in uno scontro molto più ampio.
Diplomazia o profezia?
Forse resterà solo un episodio.
Forse tra qualche settimana nessuno ne parlerà più.
Ma in diplomazia le parole non sono mai semplici parole. Sono segnali. E quando evocano mappe che attraversano mezzo Vicino Oriente, non suonano come un’analisi storica: suonano come un presagio.
E di presagi, in quella terra, ce ne sono già fin troppi.





Riguardo al piano del “Grande Israele”, dire che “non si tratta di una politica ufficiale dello Stato di Israele” e che “non ci sono prove di un piano concreto di espansione israeliana su quella scala” mi sembra un tantino azzardato, dal momento che tale piano non solo è apertamente rivendicato da Netanyahu e da ministri del suo governo, ma alle parole seguono i fatti: negli ultimi due anni lo Stato ebraico ha accelerato il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania; ha bombardato il Libano, la Siria, lo Yemen, l’Iraq e l’Iran; ha occupato stabilmente territori del Libano e della Siria, dai quali, come espressamente dichiarato dalle autorità di Tel Aviv, non ha intenzione di ritirarsi; e, proprio in questi giorni, sta spingendo in tutti i modi il golem americano ad attaccare nuovamente l’Iran.
Quanto alla frase pronunciata dall’ambasciatore Huckabee, lungi dall’essere una semplice voce dal sen fuggita, è frutto di una religiosità invertita (e perciò satanica) che fornisce una lettura fondamentalista e fanaticamente nazionalista dei testi biblici, uno stravolgimento di concetti teologici (Israele, Sion, popolo eletto, Terra Promessa) in strumenti ideologici per giustificare la colonizzazione di un territorio e legittimare un regime suprematista e una politica genocida.
Infine, non credo che si debba contrapporre la diplomazia alla profezia. Credo piuttosto che le profezie bibliche vadano ben interpretate, cioè spiegate in termini spirituali. Infatti esse preannunciano la venuta di un Messia che porta il perdono dei peccati e la salvezza delle anime, non il ristabilimento del regno temporale d’Israele. Già duemila anni fa gli scribi e i farisei, interpretando alla lettera le profezie dell’Antico Testamento, si fecero un’idea del tutto materiale del regno del Messia, ed è per questo che condannarono a morte Gesù, che predicava un regno “che non è di questo mondo”, aperto a tutti gli uomini (e non solo a quelli di etnia ebraica). Quasi tutti gli ebrei ci rimasero male e chiesero a gran voce la crocifissione di Nostro Signore. Cosa c’entra tutto ciò con l’attuale situazione del Vicino Oriente? C’entra molto, perché è a causa di questa falsa interpretazione delle profezie messianiche che gli ebrei, dalla distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C.) fino ai giorni nostri, continuano a sperare nella ricostituzione del regno d’Israele. Il “Grande Israele”, continuamente evocato da personaggi come Smotrich e Ben-Gvir, non è altro che il sogno di tutti i sionisti (da alcuni ostentato, da altri dissimulato).