C’è una storia che continua a far discutere e a lasciare un retrogusto amaro nell’opinione pubblica: quella della cosiddetta “Famiglia nel bosco”. Un caso che, per molti osservatori critici, non rappresenta un episodio isolato, ma l’ennesimo segnale di un sistema che — sostengono — troppo spesso interviene con mano pesante nelle vite delle famiglie.
Attorno ai tribunali dei minori si addensano da tempo polemiche, dubbi e denunce. Il punto più controverso resta sempre lo stesso: il delicatissimo equilibrio tra la tutela dei minori e il rischio di decisioni percepite come sproporzionate, quando non apertamente traumatiche per genitori e figli.
Per approfondire questo nodo spinoso, la rubrica Parole Senza Filtro ospita l’avvocato Vincenzo Di Nanna, che nell’intervista entra nel merito delle criticità del sistema, offrendo una lettura netta e senza giri di parole. Al centro del confronto: i criteri con cui vengono disposti gli allontanamenti, il ruolo dei servizi sociali e le garanzie — secondo alcuni insufficienti — per le famiglie coinvolte.
Ne emerge un quadro che solleva interrogativi pesanti e che chiama in causa non solo gli operatori del diritto, ma anche la coscienza civile del Paese. Perché quando lo Stato entra nella sfera più intima — quella tra genitori e figli — ogni decisione pesa come piombo e lascia ferite difficili da rimarginare.
L’intervista completa è disponibile nella nuova puntata di Parole Senza Filtro. Una conversazione destinata a far discutere.





Il caso della “famiglia nel bosco” è indicativo della sfacciata ipocrisia di uno Stato liberaldemocratico che, mentre si autocelebra come garante dei diritti individuali, agisce invece come il peggiore Stato etico: uno Stato che si arroga un ruolo prevalente nella formazione dei figli rispetto al loro naturale ambiente di nascita, cioè alla famiglia. Qui in Italia abbiamo una fitta rete di servizi sociali, tribunali per i minorenni, centri psico-sociali e case-famiglia, che interviene in modo pesante e sistematico nella vita di quei nuclei familiari che sono così sfortunati da finire nelle sue maglie. Si potrebbe obiettare che questo apparato di controllo è a tutela dei minori che vivono un’oggettiva condizione di disagio nel loro ambiente familiare. Beh, evidentemente i nostri giudici, assistenti sociali, psicologi ed educatori vari vedono “un’oggettiva condizione di disagio” nel vivere a stretto contatto con la natura e senza il cesso in casa (la bandiera dell’ecologismo viene subito ammainata se contraddice il benessere consumistico), mentre non vedono le condizioni di assoluto degrado in cui vivono i bambini nei campi rom, bambini che vengono avviati all’accattonaggio e alla delinquenza fin dalla più tenera età, bambini che i carabinieri manco ci provano a sottrarli ai genitori per il timore (fondato, per carità) di essere presi a calci nel sedere… nel migliore dei casi. Quindi, forti con i deboli e deboli con i forti: questa è la consueta applicazione del diritto da parte dei tribunali per i minorenni e delle forze dell’ordine al loro servizio.
Dobbiamo davvero interrogarci sull’utilità di un sistema che non solo non aiuta le famiglie, ma anzi contribuisce a distruggerle. Dobbiamo seriamente porci il problema della legittimità di questo complesso burocratico-giudiziario che, con la scusa dell’esistenza di famiglie problematiche, pretende di regolamentare la vita dei genitori fin nei minimi dettagli, ed esige che i loro figli siano incessantemente sotto controllo medico, sottoposti a continue vaccinazioni (che non si sa se facciano bene a loro, ma di sicuro fanno bene ai bilanci delle case farmaceutiche) e precocemente inseriti in strutture scolastiche sempre più simili a istituti di indottrinamento.
L’unica cosa intelligente da fare con questo sistema è CHIUDERLO: chiudere i tribunali per i minorenni, chiudere le case-famiglia pagate con i soldi pubblici, chiudere un intero settore d’intervento pubblico che non ha ragione di esistere.