di Luigi Cortese

C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui le parole smettono di essere analisi e diventano responsabilità. Quel momento è adesso.

L’attacco all’Iran non è un episodio isolato, né l’ennesima fiammata in un Medio Oriente abituato alla tensione. È un colpo inferto a un equilibrio già fragile, costruito su tregue armate, rivalità mai sopite, interessi energetici incrociati. Un equilibrio imperfetto, certo. Ma pur sempre un equilibrio. Quando si interviene militarmente in una regione così instabile senza un mandato condiviso e senza una strategia politica credibile, il rischio non è solo lo scontro diretto: è l’effetto domino.

Non si tratta di assolvere il regime di Teheran dalle sue responsabilità interne. Si tratta di comprendere che ogni bomba sganciata in quel quadrante del mondo può accendere una miccia che corre lungo fratture religiose, competizioni geopolitiche e interessi globali. In Medio Oriente nulla resta locale. Tutto si riverbera altrove.

La reazione iraniana, con attacchi che hanno coinvolto anche le petro-monarchie alleate dell’Occidente, dimostra quanto sia sottile la linea che separa un conflitto “contenuto” da una guerra regionale. Le petro-monarchie del Golfo, già al centro di equilibri delicatissimi, diventano immediatamente bersagli simbolici e strategici. E quando entrano in gioco attori che controllano una parte significativa delle forniture energetiche mondiali, la crisi smette di essere regionale: diventa globale.

Per questo l’Occidente ha un dovere chiaro: disinnescare il conflitto. E disinnescarlo significa assumere una posizione seria e ferma contro l’escalation avviata da Stati Uniti e Israele, che rischia di destabilizzare definitivamente un’area già attraversata da tensioni tra sciiti e sunniti, da rivalità tra petro-monarchie e potenze regionali, e da interessi strategici di attori globali come Russia e Cina. Non basta invocare genericamente la “de-escalation”. Occorre pretendere il cessate il fuoco, riaprire i canali diplomatici, rimettere al centro il diritto internazionale.

In questo scenario torna un’immagine che non è solo simbolica: l’Orologio della Mezzanotte, il Doomsday Clock del Bulletin of the Atomic Scientists. Le sue lancette indicano quanto l’umanità sia vicina all’autodistruzione. Non segnano il tempo reale, ma il livello di rischio accumulato tra armi nucleari, crisi geopolitiche e instabilità globale. Oggi quelle lancette sono pericolosamente vicine alla mezzanotte.

Non è allarmismo. È realismo.

Un conflitto che coinvolga l’Iran e le petro-monarchie del Golfo può significare blocco delle rotte petrolifere, impennata dei prezzi dell’energia, shock finanziari, destabilizzazione economica su scala mondiale. Può significare il coinvolgimento diretto o indiretto di grandi potenze. Le guerre moderne raramente restano circoscritte: si allargano per errori di calcolo, per orgoglio politico, per sottovalutazione delle conseguenze.

Gli scenari apocalittici non sono fantascienza. Sono la somma di decisioni sbagliate che si accumulano fino a superare il punto di non ritorno.

E l’Europa? L’Unione continua a oscillare tra prudenza diplomatica e silenzi imbarazzati. Ma il silenzio, in politica internazionale, è già una scelta. Se davvero si vuole difendere un ordine mondiale basato sulle regole, non si può accettare che la forza diventi l’unico linguaggio. Serve una presa di posizione netta, non per schierarsi ideologicamente, ma per fermare una deriva che rischia di travolgere tutti.

Per l’Italia la questione è ancora più concreta. Ogni escalation nel Golfo Persico – cuore energetico controllato in larga parte dalle petro-monarchie – significa benzina più cara, bollette più alte, trasporti più costosi, inflazione che rialza la testa. Significa imprese sotto pressione, famiglie che faticano a fine mese, margini di bilancio che si assottigliano. La guerra lontana diventa scontrino del supermercato, rata del mutuo, costo dell’energia per le piccole aziende.

Eppure il governo non sembra muoversi con la determinazione che la situazione richiederebbe. Nessuna iniziativa diplomatica autonoma, nessuna presa di posizione forte contro l’escalation, nessuna strategia chiara per proteggere l’economia nazionale dalle conseguenze prevedibili. Si attende. Si osserva. Si spera che la tempesta passi.

Ma le tempeste geopolitiche non passano senza lasciare macerie.

Fermare questa guerra non è un gesto di debolezza. È un atto di responsabilità verso i cittadini europei e italiani, verso la stabilità globale, verso un futuro che non può essere costruito sul rumore delle armi. Quando le lancette si avvicinano alla mezzanotte, non serve alzare la voce: serve il coraggio di dire basta.

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