Il caso della cosiddetta “Famiglia nel bosco” torna al centro dell’attenzione con una decisione destinata a far discutere. Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento della madre dalla casa famiglia dove fino ad oggi le era stato consentito di vivere insieme ai figli. Contestualmente è stata decisa anche la separazione dei tre bambini.
Una scelta che, mentre è ancora in corso la consulenza tecnica sul loro stato psicologico, solleva interrogativi pesanti. Proprio nelle stesse ore, infatti, i minori sono sottoposti alla perizia psicologica disposta dal tribunale: i test vengono condotti dalla psichiatra Simona Ceccoli, consulente tecnica d’ufficio nominata dai giudici, alla presenza dello psichiatra Tonino Cantelmi, indicato dalla difesa. La valutazione durerà due giorni e i risultati saranno trasmessi alle parti entro sessanta giorni.
La nuova ordinanza arriva dopo settimane di polemiche legate alla precedente perizia sulla capacità genitoriale dei due coniugi, Nathan e Catherine, e rischia di alimentare ulteriormente il dibattito pubblico. Per molti osservatori critici, separare una madre dai propri figli mentre sono ancora in corso accertamenti così delicati appare come una misura dura, che colpisce una famiglia già provata e che lascia aperta una domanda semplice ma drammatica: chi tutela davvero i bambini quando le decisioni vengono prese con questa rapidità?
Intanto resta sospesa anche la vicenda della casa nel bosco che aveva dato origine alla storia. Il proprietario del casolare, l’ex ristoratore di Ortona Armando Carusi, ha confermato la disponibilità a mantenere il comodato gratuito dell’immobile solo per un altro anno, nonostante la proposta di una fondazione del Nord Italia di sostenere economicamente la locazione fino alla maggiore età dei minori. Un gesto nato, nelle sue intenzioni, per favorire un possibile ricongiungimento familiare.
Alla luce di questa nuova svolta, torna quanto mai attuale l’intervista realizzata la scorsa settimana dalla rubrica Parole Senza Filtro con l’avvocato Vincenzo Di Nanna, che aveva già denunciato le profonde criticità del sistema dei tribunali minorili e il rischio che decisioni così invasive vengano adottate con troppa disinvoltura.
Alla luce degli ultimi sviluppi, quelle parole suonano oggi ancora più attuali. Per questo rilanciamo l’intervista: una riflessione dura, senza retorica, su un sistema che troppo spesso finisce per spezzare le famiglie mentre afferma di volerle proteggere.





Quest’ultima ordinanza del tribunale aquilano è una involontaria conferma di ciò che era chiaro fin dall’inizio di questa vicenda: tre bambini, che non subivano alcun maltrattamento e vivevano tranquilli, amati e accuditi dai loro genitori, sono stati portati via dalla loro famiglia perché lo Stato, nelle persone di giudici e assistenti sociali, non condivide il modello educativo dei genitori. Pensiamoci un attimo: se chiunque di noi facesse una cosa del genere, cioè sequestrasse i figli dei suoi vicini di casa perché non condivide il modo in cui questi bambini vengono educati, verrebbe giustamente considerato un criminale; se però la stessa cosa la fanno degli individui in uniforme, su disposizione di un signore con la toga imbeccato da qualche cretinetta dei servizi sociali, allora va bene? Ma per cortesia! I bambini andrebbero tolti ai genitori solo nel caso in cui fosse oggettivamente a rischio la loro vita, non certo per le ragioni ideologiche o le valutazioni morali (che poi di morale non hanno nulla) di un qualunque funzionario statale.