di Luigi Cortese
La vicenda delle elezioni presidenziali del 2024 in Romania torna a scuotere la politica del Paese e riaccende una domanda che non si è mai davvero spenta: quelle elezioni sono state annullate per difendere la democrazia o per fermare un candidato scomodo?
Al centro della storia c’è Călin Georgescu, candidato sovranista che nel novembre 2024 riuscì a compiere una vera sorpresa politica vincendo il primo turno delle presidenziali. Una vittoria inattesa, arrivata contro gran parte dell’establishment politico e mediatico.
Ma quella vittoria durò pochissimo. Pochi giorni dopo, la Corte costituzionale della Romania annullò il voto sostenendo che la campagna elettorale fosse stata influenzata da presunte interferenze russe, soprattutto attraverso i social network. La decisione fece esplodere proteste e polemiche: per i sostenitori di Georgescu non si trattava di difendere il voto, ma di cancellarlo.
Nel frattempo contro il candidato venne aperto anche un procedimento penale con accuse pesantissime: attentato all’ordine costituzionale, disinformazione e presunti legami con ambienti estremisti. Un quadro accusatorio costruito in gran parte su un rapporto dei servizi segreti e su alcune testimonianze raccolte subito dopo l’annullamento delle elezioni.
Ora però qualcosa si sta incrinando. La Corte d’Appello di Bucarest, con una decisione del giudice Mihai Paul Cozma, ha stabilito che molte di quelle prove sono state ottenute in modo irregolare e non possono essere utilizzate nel processo. Testimonianze e registrazioni considerate centrali nell’inchiesta sono state dichiarate nulle.
Non significa che il caso sia chiuso, ma cambia radicalmente lo scenario. La procura ha ora pochi giorni per decidere se andare avanti o ricominciare da capo con nuove indagini.
Intanto il sospetto torna a circolare con forza. Molti sostenitori di Georgescu parlano apertamente di elezioni “scippate”, sostenendo che la sua vittoria sia stata cancellata per ragioni politiche. Anche perché, dopo l’annullamento del voto, la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen aveva aperto un’indagine su TikTok per possibili manipolazioni elettorali, mentre l’ex commissario europeo Thierry Breton aveva dichiarato pubblicamente che l’Unione dispone degli strumenti per intervenire contro interferenze straniere.
Così, a distanza di mesi, resta nell’aria una sensazione difficile da ignorare: quando un’elezione viene cancellata e le prove che l’hanno giustificata iniziano a cadere una dopo l’altra, la fiducia dei cittadini vacilla. E con essa vacilla anche la credibilità delle istituzioni che avrebbero dovuto difendere il voto.





Teatrino, nient’altro che uno sterile teatrino! Una messinscena per mantenere in vita la parvenza di una democrazia, per poter dire: “Vedete, il nostro sistema funziona perché dispone dei meccanismi per autocorreggersi”. Peccato che questi meccanismi non producano alcun risultato sul piano fattuale. Due anni fa, l’azione di magistratura e servizi segreti rumeni, su ordine di Bruxelles, ha ribaltato il risultato delle elezioni presidenziali in Romania e consentito l’insediamento di un governo fedele all’Unione Europea e al Patto Atlantico. A cosa serve, ora, una decisione della Corte d’Appello di Bucarest che certifica ciò che tutti già sapevano? Concretamente, a niente, visto che nessuno parla di indire subito nuove elezioni consentendo a Georgescu di ricandidarsi; fittiziamente, a illudere i cittadini della Romania – e indirettamente i cittadini di tutti i Paesi della UE – di vivere in uno stato di diritto e di contare ancora qualcosa.